16 luglio 2016

Ancora ti scrivo nelle ore di plenilunio
se una camicia scopre i polsi bianchi
di un taglio sconsolato è la mancanza di
voce, tua la mano al porticciolo
e andavamo a vedere l'eclissi, ricordi? La luce
scompariva lentamente, poi
nevicava - la festa
poco prima del buio -
tu mi parlavi di un demone superbo
ed erano occhi gli abissi del
mare, una burrasca forse non potevi
il sorriso mio nelle tenebre, allora
io lo stringevo tutto il tuo cielo.



25 giugno 2016

Dieci.
Sono seduti per terra con le borse e aspettano. Cambiano i volti ma aspettano. Aspettano sempre.
Un ragazzo vuole scendere. Anch'io. Mi parla mentre ascolta musica napoletana. Gli dico: è una stazione fantasma, questa. Gli dico: scendo con te.
L'attenzione ai dettagli: Giuseppe ha i capelli corti corti. È preciso, efficiente, asettico. Giovanni ha un anello di carta all'anulare destro. L'anello serve a qualcosa ma le informazioni stampate in caso di terremoto mi distraggono. Ha i polsi belli e fa tante domande. L'anello non è di carta. Venere32 assomiglia a qualcuno che ho visto anni fa. Deve essere per il modo in cui guida. Conserva tutti i voucher.

Ancora dieci, nel mezzo.

Le sedie sono schierate ma lo schermo è di lato. Un cinema mal riuscito. Allora la scena si svolge lontano dal vetro e Giuseppe, per una questione di pulizia fonica, non approva. Viene ignorato. Cerco di comprendere la situazione ma il dialetto è troppo stretto, chiuso sulle loro bocche. 
La Scapettone fa tutto un discorso sulle lingue della Rosselli ma la figura dell'uomo che mi è di fronte non scompare, s'insinua con i suoni delle sue parole, tra le pagine, giocando uno specchio con la performance di Amelia a Castel Porziano.

Sempre dieci.

Una donna si avvicina. In base al tempo della mia permanenza sono una persona affidabile. Funziona così per certi luoghi: se ti trattieni a lungo divieni parte del contesto e lo spaesamento appare meno visibile. La donna parla. Dalla mia voce capisce che non sono del posto, ma non le importa. Si fida. Dopo di lei un'altra donna, e un uomo, e ancora. Mi trasformo in un centro accoglienza autonomo.

Dieci, sempre.
Se avessi una connessione potrei leggere le poesie.
Usare il condizionale condiziona la mente.
Al telefono mio fratello è un ragazzo che amo
come una madre. Sono la madre di mia madre
e di mio fratello.

11 giugno 2016

I

Noi siamo quello che resta
la storia dei temporali
una via di pietre bagnate, pozze
dove i passi s’apprestano
alla ricerca di tetti stabili
anche un proposito del riparo siamo
quando la pioggia
è la stazione vicina, le voci ferme
dei treni sempre in corsa. Noi
siamo quello che resta dopo
il cazzo anche
o forse cielo.


II

Se la parete della casa brucia
occorre rapire le fiamme - una
vita non dice l'impossibile amare
è l'infinito sempre aggiunto
alle infinite sottrazioni.



27 maggio 2016


Sarebbero stati
l'ombra mutevole delle cose
sperse, in tempi non finiti
le bocche avrebbero taciuto
solo il bacio.



16 maggio 2016

Dalla rivista Metropolis Zero

Il paziente crede di essere, di Marco Giovenale.

Recensione a cura di Pamela Proietti.




Si è tenuta in questi giorni a Roma la presentazione del libro Il paziente crede di essere di Marco Giovenale, una raccolta di prose brevi che l’autore ha voluto riunire in un volume unico dato alle stampe per i tipi di Gorilla Sapiens Edizioni.

Il libro si compone di tre parti: Sequenza, Differenze, Ultima. I testi sono stati raccolti in ordine cronologico, partendo dalle prose che l’autore ha scritto negli anni ’90, passando per il materiale utilizzato per il progetto Prosa in Prosa, fino ad arrivare ai lavori degli ultimi anni. 
Un viaggio nella scrittura di Giovenale che sin dalla prima pagina, mette il lettore di fronte a ciò che lo attende affidando l’ouverture a un pezzo collocato al di fuori delle suddette divisioni, misteriosamente in corsivo, il cui titolo è racchiuso tra due parentesi quadre: Init. 


Entrando nel vivo delle prose emerge l’elemento che sarà il leitmotiv del libro: l’autore spinge le storie all'estremo, fino al paradosso e, attuando un ribaltamento della visione, mostra come il paradosso sia – in realtà – la realtà stessa. La scrittura sembra cedere il passo alla comicità ma è una comicità che non si perfeziona perché di fatto porta ad altra scrittura. Cosa accade? continua a leggere