15 settembre 2016

24 agosto - 5,50 a.m. : nel magazzino qualcuno dice che non funziona nulla. Bisogna andare via. La voce dice di andare via. Il luogo si svuota con calma. Tutte le persone lasciano il loro posto, nessuno recrimina o si chiede il perché, se ne vanno. La vetrata che li divide dal cielo è una mezzaluna. Una forma che ricorda vagamente la polvere di caffè versata nella moka. La marea è così bassa che ogni viso illuminato risulta nudo, galleggiando appena, sopra le acque che ricoprono la storia. Nell'angolo un mobile, alla parvenza rimediato, stona con il bianco acceso del momento: libri d'attesa. È scritto con una vernice sulla parte alta. L'invito sfiora lo sguardo di ogni persona che attraversa il corridoio, ma nessuno lo raccoglie. Le pagine restano inviolate in questo posto - a differenza dei corpi. La voce, insistente, incalza ad andare. 
Lei è dispiaciuta. Lui dice: "non preoccuparti". Restano soli, fermi. Ma sulla strada già si fugge, si corre via da qualcosa - come fosse aperta la caccia. Corrono, ora. Anche loro. Si nascondono. 
Lui le prende la mano. Il gesto è consolatorio: infonde fiducia: dà coraggio. Il gesto fa stare bene.

Lei si sveglia piano apre gli occhi
guarda le lancette
dell'orologio sul mobile, segnano
le cinqueecinquanta.




1 settembre 2016


Quasi non
si parlano attraverso
una fessura che il tempo ritira
sulla retta a termine, sono segni
i piatti nel lavello.

Dicono che Maria non sa sognare:
congela il futuro
in porzioni. Sono il sangue che non ha
perso, la mano che vuole tenere
accanto. Il padre

fermo sulla veste
di lei, il quadrato
vivente in crescendo, muore.

16 luglio 2016

Ancora ti scrivo nelle ore di plenilunio
se una camicia scopre i polsi bianchi
di un taglio sconsolato è la mancanza di
voce, tua la mano al porticciolo
e andavamo a vedere l'eclissi, ricordi? La luce
scompariva lentamente, poi
nevicava - la festa
poco prima del buio -
tu mi parlavi di un demone superbo
ed erano occhi gli abissi del
mare, una burrasca forse non potevi
il sorriso mio nelle tenebre, allora
io lo stringevo tutto il tuo cielo.



25 giugno 2016

Dieci.
Sono seduti per terra con le borse e aspettano. Cambiano i volti ma aspettano. Aspettano sempre.
Un ragazzo vuole scendere. Anch'io. Mi parla mentre ascolta musica napoletana. Gli dico: è una stazione fantasma, questa. Gli dico: scendo con te.
L'attenzione ai dettagli: Giuseppe ha i capelli corti corti. È preciso, efficiente, asettico. Giovanni ha un anello di carta all'anulare destro. L'anello serve a qualcosa ma le informazioni stampate in caso di terremoto mi distraggono. Ha i polsi belli e fa tante domande. L'anello non è di carta. Venere32 assomiglia a qualcuno che ho visto anni fa. Deve essere per il modo in cui guida. Conserva tutti i voucher.

Ancora dieci, nel mezzo.

Le sedie sono schierate ma lo schermo è di lato. Un cinema mal riuscito. Allora la scena si svolge lontano dal vetro e Giuseppe, per una questione di pulizia fonica, non approva. Viene ignorato. Cerco di comprendere la situazione ma il dialetto è troppo stretto, chiuso sulle loro bocche. 
La Scapettone fa tutto un discorso sulle lingue della Rosselli ma la figura dell'uomo che mi è di fronte non scompare, s'insinua con i suoni delle sue parole, tra le pagine, giocando uno specchio con la performance di Amelia a Castel Porziano.

Sempre dieci.

Una donna si avvicina. In base al tempo della mia permanenza sono una persona affidabile. Funziona così per certi luoghi: se ti trattieni a lungo divieni parte del contesto e lo spaesamento appare meno visibile. La donna parla. Dalla mia voce capisce che non sono del posto, ma non le importa. Si fida. Dopo di lei un'altra donna, e un uomo, e ancora. Mi trasformo in un centro accoglienza autonomo.

Dieci, sempre.
Se avessi una connessione potrei leggere le poesie.
Usare il condizionale condiziona la mente.
Al telefono mio fratello è un ragazzo che amo
come una madre. Sono la madre di mia madre
e di mio fratello.

11 giugno 2016

I

Noi siamo quello che resta
la storia dei temporali
una via di pietre bagnate, pozze
dove i passi s’apprestano
alla ricerca di tetti stabili
anche un proposito del riparo siamo
quando la pioggia
è la stazione vicina, le voci ferme
dei treni sempre in corsa. Noi
siamo quello che resta dopo
il cazzo anche
o forse cielo.


II

Se la parete della casa brucia
occorre rapire le fiamme - una
vita non dice l'impossibile amare
è l'infinito sempre aggiunto
alle infinite sottrazioni.