27 maggio 2018

Questo è un blocco che si autodistruggerà non appena sarà insostenibile anche scrivere e leggere la paura che sono diventata.
La mia amica diceva che, quando arriva il momento in cui non si trova più una parola con cui controbattere, quello è il momento in cui resti sola. Come quel frammento di Bartleby, in cui Melville scriveva che è così vero, è così terribile, che, sino a un certo punto, il pensiero e lo spettacolo della miseria suscitano le nostre più nobili emozioni, ma in certi casi, oltre un certo punto, non più. Errano coloro che asseriscono che, invariabilmente, questo mutamento è dovuto all'inerente egoismo del cuore umano. Deriva piuttosto da un certo senso di impotenza di fronte a un male eccessivo e radicale. Per un essere sensibile la pietà non di rado è sofferenza. Quando si scopre infine che questa pietà non può risolversi in aiuto efficace, il buon senso impone all'anima di liberarsene.

La mia amica non c’è più e oggi manca
come non fosse passato
il giorno dalla sua mancanza. La sua
voce sola, come è solo il tempo ultimo
della vita che ha vissuto.

Questo è un blocco che si autodistruggerà e io non so più come reggere questa morte che avanza lasciando la mia casa sempre più vuota.

20 novembre 2017


Stanotte gli ulivi sono nudi alla luna
un bacio ai mille tagli inferti —
è necessario, per rigenerarsi.
Vorrei scavare dentro il tuo sorriso
per vedere
l'origine della gioia che nascondi.

7 novembre 2017


 A mia madre, a mio padre.



Fa parte della sua voce la tua
mano spaziale nello spazio che non ha
luogo 
forse
via Mecenate al confine e mille forme
delle crocchette e dei crocchi
l'intera morte è
una (due, quasi tre?)
fioritura breve. E azzurrina
la linea
rincresceva alla pietà del Dio  
se la speranza è mancata
se la mancanza è rinata.

11 ottobre 2017


Ha sapore di mandorla / dopo
il giorno che nasce e che muore
tra le braccia
il tuo cielo / ancora
stringere
occhi di grano maturo.



21 giugno 2017

Il caldo torrido di questa estate è un’estate spazzata via mille estati fa. Una città aggredita, chiusa sulla piazza, un cubo di tempo in un tempo infinito. L'alberone sovrasta gli angoli, definisce la dimensione. È rimasto solo il nome del vecchio albero. Il nuovo leccio è invisibile agli occhi della gente del quartiere. Essi vedono l’albero, come è sempre stato, come è, eterno nell'eternità racchiusa dentro il suo nome: essi vedono l'alberone. Il giovane leccio è solo una casualità, una delle tante del rione romano. 

Il mercato a ridosso della piazza, invece, è lo stesso. Nonostante diverse battaglie, che hanno sfiancato i cittadini dell’Appia buona, che hanno indurito i nati all'ombra del vecchio leccio, nulla è stato sostituito tra i banchi ancorati alla strada comunale. La mattina, ogni santa mattina, gli abitanti dell’Appia buona maledicono quell'immondezzaio a cielo aperto, ma il quartiere si apre al nuovo giorno, rifiorendo dal letame della sua terra.

Fin quando l'alberone dominò la piazza tutti i bambini ebbero gli occhi segnati dalla sua ombra. Una caratteristica che non rese lo sguardo dei ragazzi torvo, tutt'altro. Avevano occhi di sole, la luce piena dell’adolescenza, mentre la zona buia rimaneva in uno spettro che li accompagnava, cresceva con loro, forte nelle sue fronde verde smeraldo, tenace come la vecchia corteccia malata del leccio. Le madri avevano paura, lo temevano. Mia madre era una di quelle madri.

> Quando compì undici anni cambiò scuola. L’inserimento fu un disastro annunciato. Cercarono di farla ambientare, a loro modo. Un problema che si pensò risolto l’anno successivo.  Non fu colpa di nessuno, non avevano gli strumenti necessari per aiutarla, né la cultura necessaria per comprendere. Cercò di sopravvivere come meglio poteva, come voleva. In quegli anni l’ombra del leccio s’ingrandì a dismisura sulla sua giovane vita. Creò uno spazio abitabile, una dimora, tra la luce salomonica e l’oscurità di un buio a lei sconosciuto. <

"Christian dagli occhi verdi verdi. Sedetti accanto a lui per buona parte dell’anno. Era più grande di me perché aveva anni ripetuti sulle spalle, ma non se ne preoccupava, anzi, li esibiva come se il tempo non si potesse perdere, come se il tempo si allungasse in tante strade da percorrere più e più volte ancora, per prendersi tutto quello che si poteva e non si poteva, prendere, di quel tempo. L’istituto aveva già deciso per lui: non avrebbe avuto alcuna possibilità.
Il marchio infame di Christian era il suo stesso sangue. Si diceva che suo padre fosse stato ammazzato dalla banda. Lo avevano trovato nel parco dove ci andavano ad abbandonare le auto rubate, legato come un capretto, dicevano. Poi seguivano i soliti discorsi sull’alberone, che dagli anni ’70 la situazione era migliorata, per fortuna, che dopo quella brutta storia di Pecorelli qualcosa era successo, e meno male, che di bisca ne era rimasta aperta solo una, segni tangibili. 
Tante chiacchiere.
Le formiche erano ancora a piede libero. Lo sapevano bene le madri, e a noi ragazzini era vietato prendere le figurine, specialmente se le regalavano fuori scuola, specialmente se per attaccarle all'album dovevi leccarne la parte retrostante, come fosse un trasferello.
Adoravamo quelle speciali. Quelle che brillavano di tante luci. Quelle introvabili."

Forse eravamo noi i trasferelli. Leccati dall'amore di madri, di padri, di nonni anche, per trovare posto in un ideale album di famiglia, sognato e immaginato per innocenti creature – un trip pazzesco l’innocenza. 
Ma l’ombra del leccio avrebbe occupato sempre un posto sicuro tra i ragazzi dell'alberone, nei loro occhi, disegnando la luce nel chiaro-scuro della sua poesia.