31 dicembre 2012


Ci ho pensato e ripensato. Mi sono morsa la lingua più volte. E anche le dita, ché quelle si che avrebbero voluto parlare e dirla proprio tutta su tutto quello che è stato. Ma sai che c'è? Che qua se ne ha abbastanza pure delle parole. E allora basta. Basta bla bla bla, basta inutili e sterili dibattiti sul come siamo, sul come le persone vicine abbiano una percezione di te pari all'aria fritta quando si tratta delle cose più semplici, di come ci si affanna ad andare oltre a sorvolare a capire a fotterci noi stessi insomma! Basta. 
Di questo anno voglio ricordare tutti i momenti più brutti. Stamparmeli bene in memoria. Perché certe cose devono lasciare il segno se non vuoi continuare a cadere come una pera cotta. E di quelli belli, invece. Voglio ricordare le persone che li hanno accolti, solo loro. Niente gloria, solo quella gioia che riscalda le mani quando il freddo imperversa. 
Odio i bilanci, specialmente quelli di fine anno, ma per il 2012 ho fatto un'eccezione. Se lo merita. Come si meritava i Maya che poi ci hanno fatto il pacco perché sarebbe stato troppo semplice fare il botto e via, risolverla così, senza incasinarci troppo l'esistenza. 
Quello che volevo dire è che sorrido ancora. Nonostante te 2012, sono ancora capace di sorridere. E ti saluto con la manina come fanno i bambini. Perché sei tu ad andartene. Sei tu, non io.
Per domani niente buoni propositi, vi prego. Solo fatti.
Buoni giorni a chi passa da qui, a chi non ci passa perché gli sono indigesta, e a chi se la mena per varie et eventuali.
Bye bye, baby.




24 dicembre 2012


Quando il Natale era la sera del 24 Dicembre.
Quando le luci erano il cielo stellato di casa.
Quando gli odori erano il buono delle stanze.
Quando la sedia era palcoscenico per la poesia.
Quando credere
era lo sguardo di un bimbo che aspetta la mezzanotte.

Siamo piccole sfere di cristallo,
non cercatevi fuori.

Sussurrandosi all'orecchio:
capovolgi le ore, nevicherà Natale.
capovolgi le ore, nevicherà Natale.
capovolgi le ore, nevicherà Natale.
capovolgi le ore, nevicherà Natale.
Shhhh...





3 dicembre 2012


Mi prese la mano e
disse: "Guardami".
Era buio.

Dopo è tutto più semplice. Sei forte. L'onnipotenza. Mi prese la mano, non la lasciai. L'errore è non fidarsi del proprio istinto. L'errore è un'ipotesi contemplata dall'illusione del va tutto bene. 
Quanto vuoto c'è in queste stanze, sembra quasi di essere nel mondo degli umani. Le pietre, quelle no. Quelle non ci sono perché non ha importanza la bocca, il viso, la persona. Conta solo la parola. Forse la voce. Si, la voce si. La voce che si fa amare e non accetta compromessi. Non puoi controllare la voce. Quando arriva è già troppo tardi. Non te ne liberi. Anche se lo vuoi. 
E, lo vuoi? No. Perché volere è il verbo che fa ridere. Buffo, carico del suo senso mentre non si preoccupa di quello che c'è prima, di quello che lo genera. Parlato, scritto, disegnato per dirti: è così. 
E tu intanto guardi le tue mani che ne sanno di più, molto di più. 
Le tue mani che restano in silenzio.



Mara. Chi sei, tu?




8 novembre 2012


Ho giorni scomodi sotto le unghie, eppure non metto mai lo smalto. Un'Itaca in pieno petto, mentre il fiato si fa corto su pensieri che non vanno, non funzionano. Presa dal lato bambino mi sfugge l'affetto. Ora li aggiusto, ora ci provo, ora li riparo. Disorientata, mi osservo. La distanza di sicurezza esposta.
Come sono i vostri denti?

— piano, quasi sussurrato.
Lui è ossessionato, nell'inizio la follia. Esce dalle pagine ed io lo respingo. Un rifiuto che sale dalla pancia, una negazione necessaria. 
Invece, è sincerità. Così. Pura. La rabbia come unica reazione possibile, io.
Prima di esserci, prima di accettare il suo modo come atto d'amore disinteressato, prima di. 
La rabbia.

Ho girato una pagina di troppo. C'era lei. Proprio mentre la benevolenza seduceva ogni difesa lasciando che s'intravedesse il mio sguardo. Un tuffo bello! 
L'ho vista per sbaglio, adesso l'aspetto. E intanto assorbo una mancanza parlandole di me, quando ancora non eravamo che nomi. 
Davvero, di cosa è fatta la vostra bocca?

— grave, poi lento adagio.
Questa sono io, ferma sulla riga che non mi appartiene. Lo so che si confonde tutto, ma non percepisco possesso e dunque ogni luogo potrebbe essere il mio, il tuo, il nostro, il vostro. Il loro. 
E poi, se fossi meno dispettosa tutto sarebbe più semplice, ma come si fa? Io non credo a chi dice che non sente neanche un briciolo di gioia quando gioca. Non credo alla posa se non è opera. Non credo ai maledettismi quando sono esibiti.

e.


19 settembre 2012


Questo è il valzer della paura. Balla con me. Indossa il suo vestito e ballami. Balla me. Apri le braccia ora, piove forte. Ora, sui vetri della finestra racconta la tua bellezza. Urla, il silenzio è più forte dei tuoni. 

Ricordarsi di smetterla. Qualunque cosa, smetterla. La sottrazione come fonte, strada, per tornare all'origine. Demolire. De-costruire. De-finire. Me.

Questa è la danza del terrore. Se ci pensi, se ti fermi. Se ti volti. Quando. No! Shhhh...Tutto passa. Tutto si muove. Anasfàlià. Il fascino delle parole. Anasfàlià. Pronunciando piano, rotolando sulle lettere, la bocca è il drappeggio della gonna sulle gambe di una ballerina. 

Ricordarsi Sylvia. E poi smentirsi. Disattendere. Strapparsi i gesti dalla testa e ordinarli. L'origine è al centro della storia. Ricordarsi il punto esatto da dove vengo, e prima. Quando c'ero io.




6 settembre 2012


Bisogna scrivere, si deve.
Lasciarsi andare alle dita
sulla tastiera — allegro vivace presto
prestissimo!
Bisogna scrivere, si.
Ho le mani legate
di note. Sono vuota,
e trabocco.

La casa sulla scogliera lontana,
il vento forte, forte il vento.
E la terra rossa
mostra la radice che ti porti in petto.
Ti nuoto dentro e affogo, proteggimi! 
E' solo questo nulla, è solo che
questo nulla.
Se solo potesse dirmi. Di me.


Ho bevuto troppo e non trovo più il posacenere. 
Devo riprendere a studiare, invece 
leggo tutta la notte. 
Una confusione pulita
 la mia natura. Le appartengo 
e non ho bisogno di nulla, ma 
io sono nulla 
e tutto si confonde. Trabocco. 
Guarda 
gli ippocampi che belli...



Mi manca il mondo perché non ci ho mai messo piede.





31 luglio 2012


Mia cara Pepita.
Ti scrivo dalla corriera che ho preso domenica.
Il viaggio è lungo, ma non potevo desiderare altro ora che la necessità mi appare come una realizzazione piuttosto che un dovere da compiere.
Mi spiace non averti salutata, non ho mai amato le lacrime, lo sai. Ma ti scriverò ancora. Il 1923 è un anno che difficilmente si scorda, e tutto quello che è stato dopo, adesso, è parte di te.
Ti abbraccio con questa cartolina, senza francobollo.
Ps. non credere che non ti abbia vista su quella banchina, il giorno dopo.



10 luglio 2012


L'estate del venti dicembre fu l'estate dei cambiamenti. Il caldo tramava e tremava di nebbia, e l'acqua si prodigava per essere presente in ogni forma. Non si capiva bene quando fosse iniziato questo spazio così bianco, quanto fosse radicato. Ma era pulito. Autentico. Alla fin fine non era male, bisognava solo aver coraggio nell'esserci. 
L'estate del venti dicembre era figlia dell'inverno ed orfana di primavere. Aveva qualche danno in eredità e vestagliette colorate. Un sogno disilluso, e una speranza da giocare. 
Se se ne fosse raccontata la storia forse qualcuno non ci avrebbe creduto, però... è sempre quello che più si allontana dall'immaginazione a prender posto tra gli eventi che ci vengono incontro.

*Quanto mi son cari certi giorni che ho raccolto quando erano ancora in fiore*


C'è un uccellino che mi bussa alla finestra della camera ogni mattina. 
Si appoggia sulla grata sempre alla stessa ora, poi inizia a becchettare. 
Lo guardo, finché non smette. Tutte le mattine. Alla stessa ora. 
Ora la superficie del vetro è tutta rigata, ed io posso scriverci 
nuove parole con gli occhi.




26 giugno 2012


I giorni che non si raccontano sono quelli scritti con la matita bianca sul foglio bianco della stagione. Rapiscimi giugno! Lasciami fuori da questo luglio, cancellami da un maggio che non riconosco. 
L'aria limpida, il profumo della mattina e un silenzio che non ferisce... Regalami un pò del tuo respiro, giugno! Non c'è nessuno nell'unica stanza che abito. Come fosse questo luogo un cuore che solo sa come custodirsi. 

I giorni che vengono dopo sono quelli che chiedono aiuto, che hanno bisogno di voci azzurrine, che aspettano una ragazza che nasconde gli occhi. 
Ho imparato a curare le rose, cerco di stare alla luce, osservo i visi leggeri di estranei che attraversano la strada incuranti del pericolo. Io rischio sempre. 
Portami via, giugno. Come stanno facendo le pagine di questo libro che ora ha scavalcato la notte per non lasciarmi sola il giorno.



Faceva caldo quella mattina.
Uno spazio invadeva le mani
lasciandole vuote. 
Perché non mi abbracci? 






4 giugno 2012

Lei era andata a S. Maria della Vittoria senza passare per il via. Non aveva mai visto da vicino l'estasi di S. Teresa e il Bernini le aveva sempre fatto un certo effetto.
Di quel giorno di pochi giorni fa ora non resta che un ricordo sfocato. Le impalcature fuori la chiesa, il caldo di un pomeriggio costruito senza alcun fondamento, e quella paura che l'accompagnava spingendola a cercare un appiglio ad una razionalità che non dava tregua. 

Coma faccio io ora che tu non ci sei più...

Lei non aveva pensato di fermarsi. Solo che poi il sole uscendo da una nuvola si era infilato dentro la finestrella alla base del tetto, e tutta si era illuminata la statua con quell'angelo pronto a trafiggerla. Lei non aveva pensato, si era seduta sulla panca più lontana e aveva aspettato. Non sapeva più pregare da così tanto tempo. Si era fermata lì, lasciando che una stupida speranza la intenerisse. 

La mia amica ha gli occhi belli come il cielo che mi ha mostrato un anno fa...

Quel giorno vide anche un'altra Madonna. Se ne stava di lato col suo bambino sulle ginocchia. Le venne in mente il piccolo tamburino che incontrava ogni sera, e di come si fosse arrampicato molte pagine addietro su quelle ginocchia. Si perse ascoltando un motivo che le raccontava della sua infanzia.
La tenerezza è un sentimento che non rivela mai, ma lo sguardo spesso la tradisce. 

Ti penso ogni volta che guardo le rondini farsi il nido.






























    * il pezzo che state ascoltando è Romeo and Juliet di Nino Rota 
eseguito dall'arpista Tiziana Liperoti.

9 maggio 2012


Lei si muove piano. Esterna al quadro. Ha pensieri buoni che non considera, poiché il bene del mondo è pieno di lacrime che disconosce. 
Sentimenti teneri la tengono a bada.
Anche il giorno si muove piano. Ma solo quando lo guarda dritto negli occhi. 
Lei possiede il suo tempo, ora. Lo tiene stretto — lo tiene caro — e non concede più nulla alle ore ribelli. 

Di nuovo, il treno che attraversa la città. La metro corre veloce, ma lei sempre cammina lenta su quella strada.
C'è troppa gente sul vagone, e nessun altro mentre gira lo sguardo. Lo scomparto vuoto. E tanti ragazzi che stringono lo spazio, lo fanno piccolo, dopo una mattinata chiusa dentro l'aula scolastica. 
La sua mano è aggrappata ad un pezzo di ferro, l'altra ad una poesia di quell'angelo di Maria. Anche il piccolo libro dondola piano, insieme allo sferraglio dei binari in galleria. Una ragazza, con lo zainetto tra le braccia, tenta la lettura improvvisando un goffo movimento alle sue spalle. Lei abbassa di poco il testo. Lascia spazio all'amichevole furto. 


Ci sono attimi che restano chiusi 
in un silenzio che ci accomuna. 
Li lasciamo andare sulla curva del collo 
come fossero carezze a malapena accennate 
con il dorso della mano. Li guardiamo, 
anch'essi esterni al quadro, 
e c'è, in quell'istante,
tutta l'appartenenza che neghiamo.





25 aprile 2012


Essere a Roma e trovarsi a Mosca, la piazza Rossa. Camminare fra le vie traverse e la voce di Kandinskij, poi fermarsi... una chiacchiera con le amazzoni dell'avanguardia russa e ancora avanti, verso Kuprin. L'Ara Pacis è uno stargate.
Il sole, che sfugge all'inverno aggrappato alle nostre schiene, si prende tutta la passeggiata di via Ripetta in ostaggio. Il suono fresco della fontana, le voci dei ragazzi di una scuola in gita, qualche straniero. Poi un negozio di libri, senza insegna, che ti sembra uscito da un sogno mai avveratosi (qui qui quiiii, non staccate il naso dalla vetrina! E' a via Tomacelli 136. Shhhh). 
Se siete fortunati vi perderete nei vicoli meno popolari, quelli che hanno nome solo per chi li conosce veramente o per chi se ne innamorò almeno una volta. Ruberete al tempo quelle ore che sempre mettete da parte in attesa di un momento buono.
Roma è una scatola di legno riposta in soffitta. Quando meno te l'aspetti sei lì, come un carillon, a danzar la sua musica.






























Vasilij Kandinskij, Mosca. La Piazza Rossa. 1916.

18 aprile 2012

Se dovessi leggere oggi quel che è stato di me: chiudo gli occhi e volto la testa. Imparo la protezione del buio, dell'ignoto. Imparo il bene. Quel bene tanto professato e così poco agito. Quello che funziona — ormai l'han brevettato —  se ti fermi un attimo prima della verità, un attimo prima del cuore. 
La fragilità della donna forte è di una tenerezza che non si racconta, si accoglie. Io non sono forte! ...ma questa è solo la mia voce. 
Mi accolgo, oggi. Oggi che non mi piaccio più. Oggi che non mi piace nulla di quello che vedo e ho l'ardire di pensarmi, la spudoratezza di alzare la voce, e di urlare le mie delusioni. Dando valore alle parole per quello che sono. Parole. 
La vita è tutt'altra cosa. Non ho mai avuto fede, ma in qualcosa credevo. 
Se proprio devo dirla tutta... io penso di meritare molto di più.


Di quelle mattine che 
la luce è spazio tra le nuvole, 
e gli alberi 
stendono al sole i primi frutti. 
Il bucato di un ramo 
nella grazia del fiore.

10 aprile 2012

Sono scomparsa in un giorno imprecisato di fine autunno. Il freddo si era preso tutte le ossa della storia, solo i muscoli tentavano ancora, con coraggio, di scaldare il movimento. Se solo fossi stata più saggia. Se solo fossi meno sprovveduta. 
Mi sono cancellata a novembre. Lo ricordo come fosse oggi quell'ora. Esattamente come ricordo la prima volta che sono andata via. 
Io non riesco a dimenticare. Si perdono i fatti, ma sempre resta quello che sento, in un convulso verbo coniugato al presente. I minuti che si trasformano, le ore che si rincorrono, i giorni che aggrediscono, gli anni che.
Sono quella che non fa testo. Dopo di me: il nulla. Prima di me: solo un'idea a malapena abbozzata. Nel mentre inesisto.
Un raggio di sole attraversa la finestra dividendo la mia ombra — topografia di una donna. 


Ho queste mani vuote 
 di gracile poesia piene.
A volte un sorriso 
è lo specchio del silenzio:
l'arte di amare.






1 aprile 2012

Poi succede che mandi un pezzo ad un concorso. Così, per vedere che effetto fa spedire le tue parole a qualcuno. Gli autori dei primi sei scritti selezionati interpreteranno i personaggi del nuovo libro di Isabella Santacroce, Amorino. 
Il libro lo stai leggendo, e ti piace quella poesia che rende le pagine così vive. 
E allora ti butti. Lo fai.
Poi succede che più passano i giorni, più la contraddizione che tieni stretta nel fondo ti nasconde il viso. Le mani tentano di cancellare i sensi, quasi fossero loro le custodi e tu figlia tenera e sprovveduta. Ma le parole sono lì. E le vedi camminare, da sole, mentre sono altri occhi a dar loro luce. 
Poi succede che quel pezzo si classifica al primo posto. La voce si fa trasparente, lasciando al posto del suono emozioni di bianco e nero. Sarò Albertina, una delle gemelle Stevenson, alla presentazione del libro Amorino, di Isabella Santacroce. 
Mi travolge il pensiero di far parte — con altre cinque persone e l'autrice stessa — di uno spettacolo teatrale che sta prendendo forma portando questo tempo indietro nel tempo. E' il 1911, a Minster Lovell. 


Poi, succede questo:
La presentazione di "Amorino" sarà a Roma, 
nella libreria MELBookstore, 
il giorno Mercoledì 4 Aprile alle 18,30.


Performance di Isabella Santacroce
accompagnata da: 
Arpa. Tiziana Liperoti
Dj Set. Madame Suxine Stereo
Danzatrici. Gloria Dorliguzzo e Simona Pettinari
Presenta. Federica Prado
Con letture del Coro Amorino. 
Abiti. Leopardessa: Jessica Harris e Mariaelena Masetti Zannini.

21 marzo 2012

Ce ne stavamo sulle scale, anche dopo il suono della campanella, si restava lì. Fuori da certi meccanismi di dovere imbellettato. La mia amica si passava il rossetto viola sulle labbra, poi mi parlava di sfumature e lentiggini. Sorrideva. Non le amava lei quelle bizzarre efelidi in un punto così sconsiderato. Arricciava il naso, ma poi sempre sorrideva. 
Io non ero capace di quell'allegria, di quel sorriso leggero. La guardavo da lontano. Invece, le sue lentiggini mi piacevano tanto. Era come avere una piccola emozione sul viso, un vezzo a fior di labbra. Per certi versi mi ricordavano i viali primaverili, quando i fiori si lasciano andare per far spazio al loro frutto.
Non glielo dissi mai — in quegli anni — quello che pensavo. Però... ancora oggi lei ha la primavera sul viso. E io lo so perché l'ho ritrovata, dopo venti anni.


a Sam, 
da uno di quei foglietti 
che tenevo chiusi nella scatola di legno.



14 marzo 2012

Facevo le scale seguendo il muro delle mie difese. La mano poggiata sulla ringhiera sondava l'abisso, apprezzandone lo sguardo che dolce le ricambiava. 
Mi dicevo: "Ci hai mai pensato tu a quanto siamo piccoli? Talmente piccoli che certi gradini sembrano impraticabili". 
E mentre facevo le scale non capivo. Se stavo salendo, o scendendo.

— A volte mi chiedo dove trovo il coraggio. Ma poi.

Un grazioso ballatoio prende a volermi bene, e mi fa spazio. Io li ho sempre amati i ballatoi. Mi ricordano quelle vecchie strutture in legno, piene di libri. Ci si può sedere con le gambe che ciondolano nel vuoto, e sentirsi le ali. Sono proprio piccola, vero? 
C'è qualcosa di meraviglioso che non riesco a cogliere, eppure la terra tra le dita me ne parla. Ecco, tra le mie più profonde diffidenze c'è questa cosa che non rispetta la regola: la fiducia nella terra. Forse perché nasce tutto da lì, non so. 
Chissà come saremmo noi col sole sul viso, ed il vento che ci soffia via la paura.


Un sorso d'acqua,
la semplicità delle cose.
Ma non immaginare me,
solo quel sorso d'acqua.



8 marzo 2012

Osò prendere un pensiero bello, e difenderlo. Lo pagò con una manciata di solitudine e una spina sul cuore. Ciao, ti presento l'altra me, quella essenziale perché non la vedi. A volte si sta come Willy il coyote, su un'amabile via sconosciuta. Testarda, contro me stessa, contro queste esplosioni che continuano ad abbattermi. L'attesa è un foulard che vela il viso, e nasconde quel che la bocca brama. Parole. Parole perse, parole desiderate, parole che sono un suono che elude le orecchie a favore di qualcosa che non comprendo. 


Mi spazzi via in un giorno di sole
la brughiera tra le mie costole
il vento forte dei tuoi silenzi.




6 marzo 2012

Nessuno ci proteggerà, pensaci. Lo senti? Senti questa confusione dentro gli occhi? Ho finito il libro l'altra notte, poi ce ne sarà un altro, poi un altro ancora. Tutte le parole del mondo che possiamo avere... tutte. E mai basteranno. 
Sylvia, peccato che tu non ce l'abbia fatta. Con la tua campana di vetro, quando entrasti fiera nella stanza della commissione mai avrei immaginato che quella sarebbe stata l'ultima porta che avresti chiuso. 
Ma noi siamo solo piccole donne trasparenti, in fondo. Anche il cuore non si vede, nonostante lo si possa attraversare con gli occhi. 
Ora ho lo sguardo muto, e tante parole ingoiate. Così è più bello. Nessuno si spaventa, e vissero tutti felici e contenti! Perché fa orrore il male. Bisogna fare attenzione, essere lungimiranti, la saggezza del cazzo insomma.
Cuore mio perdonami se sono così cattiva, non ti comprerò mai una crema antirughe per farti bello. Io l'amore  lo so cos'è, e ci sono pure morta. La mia bimba ogni tanto torna a consolarmi, quando vede che è troppo, quando sente che i gironi sono finiti. Mi tiene tra le braccia ed io le urlo. Lasciarmi andare, lasciami andare! Non ti permetterò anche questa pena! Ma lei è già andata, con quella voce dolce che si allontana dal mio orecchio. 
Come avrei voluto sentirla ridere, almeno una volta. 




24 febbraio 2012

Marisa è una senzatetto che vive a Laurentino 38. Si è ricavata una casetta decorosa da un cantone seminascosto, tra il ponte cinque ed il ponte sette. Il sei -dice- non lo nomina mai perché porta male. Così, tenendo conto dell'ampiezza dell'intervallo, solo chi la cerca veramente riesce a trovarla. 
In realtà la casetta decorosa è il suo angolo a cielo aperto, o di cielo aperto come lo chiama lei. Lei, che mi racconta di tutte quelle cose che si possono vedere quando non c'è alcun muro a chiuderci. Mi parla, e lo fa con calma, con la pazienza di chi ti sa abbracciare senza chiederti nulla per un tempo indefinito. 
Marisa ha la voce un pò roca, ed i capelli grigi le si appoggiano sulle spalle come quei pennelli logorati dai pittori. Dice che è più bella così, che quei fili di carboncino le ricordano le matite con cui scriveva da bambina. A volte, se ne sta seduta su un cartone, fa la maglia con due ferri un pò ossidati. Quando mi vede si ferma e aspetta. Marisa non parla mai per prima. 
Nelle sere più buie mi tiene vicina, cerca di alleviarmi certe paure, quelle che solo lei conosce. Poi mi dice: "Lo sai che i ponti non sono più undici? Ma io sono parte di quegli anni e non potranno mai demolirmi".
Alla fine mi addormento. E lei se ne va non so dove. Perché io non l'ho mai saputo da dove viene e dove se ne torna Marisa, so solo che c'è. 
Senza averla mai incontrata.


17 febbraio 2012

La vecchia signora la aspettava, come ogni pomeriggio. Sapeva che la ragazza non avrebbe mai tradito un appuntamento. Quel giorno era importante, aveva messo da parte diverse sconfitte per far posto nella memoria alla storia che desiderava raccontarle. Si prese cura di un piattino di biscotti, lasciò che il profumo di tè riempisse la stanza, poi spostò il lenzuolo di silenzio. Ripercorrendo gli anni tornò la giovane donna che era stata nel '12. 
La ragazza si accomodò sul divano, poi la osservò con attenzione prima di chiederle: "perché non glielo hai detto?". La signora sorrise, rispondendole dalla sponda lontana di quegli anni: "Ci provai, più volte. Ma ahimé, non volle sapere. Comprò una di quelle verità che si vendono al mercatino delle pulci, e gli diede il suo nome".
La ragazza colse una ruga di tristezza sul viso della vecchia signora, con mano leggera la nascose velocemente. Mai avrebbe voluto esser specchio di quel profondo dispiacere. Poi riprese: "Perché non ti sei difesa?". 
La signora ebbe un piccolo fremito, come fosse quella domanda la porta per farla ritornare ai suoi anni. Posò lo sguardo sulla ragazza e disse con dolcezza:" Mia cara, come ci si può difendere da ciò che non si è? Meglio lasciar qualcuno nella sua ignoranza se è quella la strada che ha scelto. Il dolore conosce la dignità, e la Bellezza va protetta, non svilita. Ho sempre avuto occhi troppo grandi pensando di riuscire a contenere tutto. Invece, quello che vidi fu la superficie delle cose, e come questa superficie venne usata a mò di sentiero su cui poggiare i piedi". Sospirò, poi guardò fuori la finestra. L'aria si stava facendo più dolce, presto sarebbe arrivata la primavera e anche la ragazza avrebbe smesso di venirla a trovare, insieme a tutti i suoi ricordi. 
Si voltò verso il divano, vuoto, e pensierosa sorrise. No, la ragazza non l'avrebbe mai abbandonata.





13 febbraio 2012

La danza del Mentre.


Gli chiese ~con voce inesistente~ se fosse davvero questo quello che voleva. 
Gli sbalzi temporali sono temporali sbalzati. Ad un certo punto mi arrendo. Capita sempre sul più bello, sul limite scontato che rifiuto. 
Penso ancora ad Alekos. Se ne sta tra quelle pagine ingiallite ad aspettare che io lo faccia morire. Ma io non arrivo. Sono ferma, il libro chiuso, ed un pezzo di carta al posto dei miei occhi. Passano gli anni. Uno, due, cinque, quasi dieci. Lui resta vivo. Invece, io no. Io non sono eterna, e poi sono troppo terrena. 
Non funziono neanche tanto bene, oltretutto.
Si continua ad essere un'idea di persona ed è questo che ci rende tutti più soli. 
Gli chiese ~con aria di sfida~ se fosse davvero questo quello che desiderava. 


Il carillon ci gioca un colpo basso che fa sorridere.
Poi. Però.

5 febbraio 2012

Il giardino bianco è dentro ogni uomo. Racconta il silenzio dei giorni scordati, di una memoria che non ha colpe, poiché è il feltro delle ore a renderne aspro il timbro. 
Chi divora il tempo muore d'oblio. Il giardino bianco lo osserva da lontano restando un luogo mai esplorato. Lo sa bene quella ragazza. Mettendo un passo dietro l'altro: la mano come il piede cammina, la penna come una scarpa la porta. 
La porta. Il giardino bianco non conosce un modo per dirsi, eppure accoglie chi varca i suoi limiti, superando la congettura in cui si domano i pensieri. 
La ragazza sfida le righe. Non si cura dell'educazione, non le interessa la divisa della buona creanza, e soprattutto,,


Il cancello in ferro battuto è all'inizio del vialetto, 
al di là di un'ipotesi della storia. 


30 gennaio 2012

Cosa resta di me quando hai eliminato la luce
che mi colora le guance e mi fa viva la bocca?
Cosa resta di me quando hai eliminato l'acqua 
che mi nutre le radici e fa fiorire parole?
Cosa resta di me quando hai eliminato il vento 
che accoglie tutte le voci per offrire ancora, 
e sempre, nuovi frutti? 
Cosa resta di me quando hai potato ogni ramo 
relegando al silenzio i pettirossi del mattino?
Cosa resta di me quando non c'è più terra?
Resto io, in un mondo che non è più il tuo.
Più bella che mai.

Hans Bellmer sa tutto.



25 gennaio 2012

La schiettezza della luce. 
Quando si siede sulla panca, 
quando si appoggia addosso al muro. 
E scalda, 
senza bisogno di dire, 
poiché sa che le parole non sono azione, 
ma solo una premessa all'immaginazione.






22 gennaio 2012

La chiamavano 'la strana ragazza che vive nel vialetto'. 
Pur non avendole mai parlato sapevano che non aveva tutti i giorni nel calendario. Si diceva in giro che se li tenesse in tasca e, come fossero biglie colorate, nei momenti più impensati ne vivesse uno, giocandolo. 
Certo, ci sarebbe stato un pò da pensare sugli stravaganti discorsi che ogni tanto tirava fuori ma, tale era lo stupore suscitato da alcuni risvolti delle pieghe di questa realtà mal tenuta che, alla fin fine, non era poi così male guardare al cielo dal suo angolo di mondo. 

Soleva dire: "C'è sempre una magia dietro la pagina, questa è la mia". 




21 gennaio 2012

Come il lago nei giorni di pioggia appare mistero di fronte l'enigma delle piccole cose, così l'uomo -nel freddo della sua stagione- cammina sulla riva attento a non bagnarsi i piedi. 
Non mi si addice questo credo scomodo che mi fa placide le acque alle tue incursioni senza terra. Questa atmosfera surreale orfana del tempo; questa mia voce limpida che mai lascio inquinare dallo sconforto; questa forza, questa maledetta forza a cui mi aggrappo per non sprofondare nei giorni duri...

Mi volto indietro e
il silenzio è al centro esatto della nostra strada, 
proprio dove tu lo avevi lasciato, ieri.



18 gennaio 2012

Il profumo di rosmarino che arriva alla finestra, come avesse un'idea di primavera e non fosse riuscito a trattenerla nella pazienza della stagione. Questa giornata talmente bianca, esitata, ancora non scritta.
E' davvero così difficile arrendersi al foglio? E se fosse, dunque, è davvero così difficile arrendersi al vivermi? -quasi un reato questa schiettezza del dire! 
L'ironia che m'assale è un vento dannoso, come la bora.

Combatto una personalissima battaglia in un campo minato di margherite. 
E mi sento sola, poiché neanche la paura mi fa più compagnia.

14 gennaio 2012

Si osservava i polsi con molta attenzione, la pelle sottile una tendina leggera sul paesaggio intimo che le viveva dentro. La rotazione della mano -quasi chiudere una finestra-, e poi tornare fuori, rientrare fuori di sè, da sè. 
Ho il tempo mischiato come un mazzo di carte. 
Uno spazio indefinito e ricami di filo bianco.
Chiusa dentro la stanza, è buio, solo l'abat-jour illumina il tavolo. Mi è capitato di pensare che diventerò cieca, che la luce del giorno è troppo forte per non ferirmi, che ogni volta che leggo un libro è sempre troppo tardi, che non riesco ad aprire pagina prima delle undici di notte, che non so darmi ordine, orari, disciplina, pace! Non riesco. Non c'è regola, per ciò che mi è necessario, per ciò che desidero. 
Forse non voglio. *all'improvviso, sussurrando*.
Non volere: un ciliegio in fiore in balìa del vento. La Bellezza libera dove libertà non esiste. Il perdente vince, con i suoi fiori-meraviglia che ci piovono addosso. Senza che nessuno se ne accorga. Accadendo. I miei rami offerti al cielo. La grazia del viso che accenna un sorriso, timido sorriso. I pensieri che lascio scivolare via dalle mani,,,

e sono stelle.


*Poi pensavo, tempo passato in presente indicativo, a come sono candide certe parole... come questa neve che ora m'invade. Ora che posso ascoltare l'assenza del suono, con gli occhi.*

11 gennaio 2012

Emily D. me lo dice spesso, seria la sua voce, grave e limpida: "Leggimi ancora, leggimi con gli AC/DC nelle orecchie".
Certe parole non vogliono altro che il suono forte della stanza. 

Le pareti come contenitori morbidi 
uno scatolone che rotola, rotola, 
ci rotola via. 
Come la vita. 
Come i lillà che 
*stamattina, pagina strappata al giorno*
decorano perduti pensieri. 

Non ho strumenti per comprendere, solo un'innata curiosità, e istinto. Sono gli occhi a salvarmi dall'oblio. Osservo. La miglior chiave che si possa avere per non estraniarsi completamente dal mondo.
Le porte socchiuse sono il collo di una donna, vista di schiena.




5 gennaio 2012

Caro, io so già tutto -quello che da me va verso te- 
ma per molte cose è ancora troppo presto. 
C'è qualcosa, in te, che deve ancora abituarsi a me.

Marina Cvetaeva a Rainer Maria Rilke,
lettera del 13 maggio 1926.

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Ci sono giorni in cui mi esplode di te il pensiero
come questa musica pazza quando impazzisce
ed io, folle, divento cattiva. 
Ma.
La paura non conosce i nostri visi, non temere.



2 gennaio 2012

La neve scendeva lenta, coprendo una punta d'amore troppo affilata per non lasciare il segno. 
Cristalli luminosi avrebbero raccontato la trasparenza della nostra bocca, mentre noi -ancora crisalidi- avremmo atteso la nuova primavera.

Mi sognavi così, 
in un bianco e nero d'altri tempi.