24 febbraio 2012

Marisa è una senzatetto che vive a Laurentino 38. Si è ricavata una casetta decorosa da un cantone seminascosto, tra il ponte cinque ed il ponte sette. Il sei -dice- non lo nomina mai perché porta male. Così, tenendo conto dell'ampiezza dell'intervallo, solo chi la cerca veramente riesce a trovarla. 
In realtà la casetta decorosa è il suo angolo a cielo aperto, o di cielo aperto come lo chiama lei. Lei, che mi racconta di tutte quelle cose che si possono vedere quando non c'è alcun muro a chiuderci. Mi parla, e lo fa con calma, con la pazienza di chi ti sa abbracciare senza chiederti nulla per un tempo indefinito. 
Marisa ha la voce un pò roca, ed i capelli grigi le si appoggiano sulle spalle come quei pennelli logorati dai pittori. Dice che è più bella così, che quei fili di carboncino le ricordano le matite con cui scriveva da bambina. A volte, se ne sta seduta su un cartone, fa la maglia con due ferri un pò ossidati. Quando mi vede si ferma e aspetta. Marisa non parla mai per prima. 
Nelle sere più buie mi tiene vicina, cerca di alleviarmi certe paure, quelle che solo lei conosce. Poi mi dice: "Lo sai che i ponti non sono più undici? Ma io sono parte di quegli anni e non potranno mai demolirmi".
Alla fine mi addormento. E lei se ne va non so dove. Perché io non l'ho mai saputo da dove viene e dove se ne torna Marisa, so solo che c'è. 
Senza averla mai incontrata.


17 febbraio 2012

La vecchia signora la aspettava, come ogni pomeriggio. Sapeva che la ragazza non avrebbe mai tradito un appuntamento. Quel giorno era importante, aveva messo da parte diverse sconfitte per far posto nella memoria alla storia che desiderava raccontarle. Si prese cura di un piattino di biscotti, lasciò che il profumo di tè riempisse la stanza, poi spostò il lenzuolo di silenzio. Ripercorrendo gli anni tornò la giovane donna che era stata nel '12. 
La ragazza si accomodò sul divano, poi la osservò con attenzione prima di chiederle: "perché non glielo hai detto?". La signora sorrise, rispondendole dalla sponda lontana di quegli anni: "Ci provai, più volte. Ma ahimé, non volle sapere. Comprò una di quelle verità che si vendono al mercatino delle pulci, e gli diede il suo nome".
La ragazza colse una ruga di tristezza sul viso della vecchia signora, con mano leggera la nascose velocemente. Mai avrebbe voluto esser specchio di quel profondo dispiacere. Poi riprese: "Perché non ti sei difesa?". 
La signora ebbe un piccolo fremito, come fosse quella domanda la porta per farla ritornare ai suoi anni. Posò lo sguardo sulla ragazza e disse con dolcezza:" Mia cara, come ci si può difendere da ciò che non si è? Meglio lasciar qualcuno nella sua ignoranza se è quella la strada che ha scelto. Il dolore conosce la dignità, e la Bellezza va protetta, non svilita. Ho sempre avuto occhi troppo grandi pensando di riuscire a contenere tutto. Invece, quello che vidi fu la superficie delle cose, e come questa superficie venne usata a mò di sentiero su cui poggiare i piedi". Sospirò, poi guardò fuori la finestra. L'aria si stava facendo più dolce, presto sarebbe arrivata la primavera e anche la ragazza avrebbe smesso di venirla a trovare, insieme a tutti i suoi ricordi. 
Si voltò verso il divano, vuoto, e pensierosa sorrise. No, la ragazza non l'avrebbe mai abbandonata.





13 febbraio 2012

La danza del Mentre.


Gli chiese ~con voce inesistente~ se fosse davvero questo quello che voleva. 
Gli sbalzi temporali sono temporali sbalzati. Ad un certo punto mi arrendo. Capita sempre sul più bello, sul limite scontato che rifiuto. 
Penso ancora ad Alekos. Se ne sta tra quelle pagine ingiallite ad aspettare che io lo faccia morire. Ma io non arrivo. Sono ferma, il libro chiuso, ed un pezzo di carta al posto dei miei occhi. Passano gli anni. Uno, due, cinque, quasi dieci. Lui resta vivo. Invece, io no. Io non sono eterna, e poi sono troppo terrena. 
Non funziono neanche tanto bene, oltretutto.
Si continua ad essere un'idea di persona ed è questo che ci rende tutti più soli. 
Gli chiese ~con aria di sfida~ se fosse davvero questo quello che desiderava. 


Il carillon ci gioca un colpo basso che fa sorridere.
Poi. Però.

5 febbraio 2012

Il giardino bianco è dentro ogni uomo. Racconta il silenzio dei giorni scordati, di una memoria che non ha colpe, poiché è il feltro delle ore a renderne aspro il timbro. 
Chi divora il tempo muore d'oblio. Il giardino bianco lo osserva da lontano restando un luogo mai esplorato. Lo sa bene quella ragazza. Mettendo un passo dietro l'altro: la mano come il piede cammina, la penna come una scarpa la porta. 
La porta. Il giardino bianco non conosce un modo per dirsi, eppure accoglie chi varca i suoi limiti, superando la congettura in cui si domano i pensieri. 
La ragazza sfida le righe. Non si cura dell'educazione, non le interessa la divisa della buona creanza, e soprattutto,,


Il cancello in ferro battuto è all'inizio del vialetto, 
al di là di un'ipotesi della storia.