21 marzo 2012

Ce ne stavamo sulle scale, anche dopo il suono della campanella, si restava lì. Fuori da certi meccanismi di dovere imbellettato. La mia amica si passava il rossetto viola sulle labbra, poi mi parlava di sfumature e lentiggini. Sorrideva. Non le amava lei quelle bizzarre efelidi in un punto così sconsiderato. Arricciava il naso, ma poi sempre sorrideva. 
Io non ero capace di quell'allegria, di quel sorriso leggero. La guardavo da lontano. Invece, le sue lentiggini mi piacevano tanto. Era come avere una piccola emozione sul viso, un vezzo a fior di labbra. Per certi versi mi ricordavano i viali primaverili, quando i fiori si lasciano andare per far spazio al loro frutto.
Non glielo dissi mai — in quegli anni — quello che pensavo. Però... ancora oggi lei ha la primavera sul viso. E io lo so perché l'ho ritrovata, dopo venti anni.


a Sam, 
da uno di quei foglietti 
che tenevo chiusi nella scatola di legno.



14 marzo 2012

Facevo le scale seguendo il muro delle mie difese. La mano poggiata sulla ringhiera sondava l'abisso, apprezzandone lo sguardo che dolce le ricambiava. 
Mi dicevo: "Ci hai mai pensato tu a quanto siamo piccoli? Talmente piccoli che certi gradini sembrano impraticabili". 
E mentre facevo le scale non capivo. Se stavo salendo, o scendendo.

— A volte mi chiedo dove trovo il coraggio. Ma poi.

Un grazioso ballatoio prende a volermi bene, e mi fa spazio. Io li ho sempre amati i ballatoi. Mi ricordano quelle vecchie strutture in legno, piene di libri. Ci si può sedere con le gambe che ciondolano nel vuoto, e sentirsi le ali. Sono proprio piccola, vero? 
C'è qualcosa di meraviglioso che non riesco a cogliere, eppure la terra tra le dita me ne parla. Ecco, tra le mie più profonde diffidenze c'è questa cosa che non rispetta la regola: la fiducia nella terra. Forse perché nasce tutto da lì, non so. 
Chissà come saremmo noi col sole sul viso, ed il vento che ci soffia via la paura.


Un sorso d'acqua,
la semplicità delle cose.
Ma non immaginare me,
solo quel sorso d'acqua.



8 marzo 2012

Osò prendere un pensiero bello, e difenderlo. Lo pagò con una manciata di solitudine e una spina sul cuore. Ciao, ti presento l'altra me, quella essenziale perché non la vedi. A volte si sta come Willy il coyote, su un'amabile via sconosciuta. Testarda, contro me stessa, contro queste esplosioni che continuano ad abbattermi. L'attesa è un foulard che vela il viso, e nasconde quel che la bocca brama. Parole. Parole perse, parole desiderate, parole che sono un suono che elude le orecchie a favore di qualcosa che non comprendo. 


Mi spazzi via in un giorno di sole
la brughiera tra le mie costole
il vento forte dei tuoi silenzi.




6 marzo 2012

Nessuno ci proteggerà, pensaci. Lo senti? Senti questa confusione dentro gli occhi? Ho finito il libro l'altra notte, poi ce ne sarà un altro, poi un altro ancora. Tutte le parole del mondo che possiamo avere... tutte. E mai basteranno. 
Sylvia, peccato che tu non ce l'abbia fatta. Con la tua campana di vetro, quando entrasti fiera nella stanza della commissione mai avrei immaginato che quella sarebbe stata l'ultima porta che avresti chiuso. 
Ma noi siamo solo piccole donne trasparenti, in fondo. Anche il cuore non si vede, nonostante lo si possa attraversare con gli occhi. 
Ora ho lo sguardo muto, e tante parole ingoiate. Così è più bello. Nessuno si spaventa, e vissero tutti felici e contenti! Perché fa orrore il male. Bisogna fare attenzione, essere lungimiranti, la saggezza del cazzo insomma.
Cuore mio perdonami se sono così cattiva, non ti comprerò mai una crema antirughe per farti bello. Io l'amore  lo so cos'è, e ci sono pure morta. La mia bimba ogni tanto torna a consolarmi, quando vede che è troppo, quando sente che i gironi sono finiti. Mi tiene tra le braccia ed io le urlo. Lasciarmi andare, lasciami andare! Non ti permetterò anche questa pena! Ma lei è già andata, con quella voce dolce che si allontana dal mio orecchio. 
Come avrei voluto sentirla ridere, almeno una volta.