8 settembre 2014

Le aule hanno tutte lo stesso odore di plastica stantia e carenza di ossigeno. L'odore dei posti dove gli uomini scelgono di vivere la maggior parte della vita. 
Verrebbe da chiedersi se sia una cosa voluta, un atto di benevolenza, qualcosa che allontani la paura. Verrebbe da chiedersi perché esiste la paura se è ciò da cui più si rifugge, se non si conosce, se è la sua rappresentazione a renderne efficace la fuga.
La bambina ha occhi scuri che nessuno vede, poiché certi sguardi non hanno significato per il mondo. Se ne accorge ogni volta che succede, ma sa che certi pensieri lasciano il tempo che trovano. E' magra, e con le spalle curve di correzioni che spera di perdere di  vista o che spera, un giorno, di assecondare, per essere qualcosa di buono. Naturalmente non funziona, ma anche questo lascia il tempo che trova. I giorni le insegneranno che non è importante. E' sola in quel bosco dove va a guardare gli unicorni. Nessuno crede agli unicorni. Nessuno crede. La bambina lo scrive. Usa la matita perché la linea insicura le infonde fiducia; la lancia lungo un corsivo che sembra quasi di essere sull'altalena e volare, in alto, e volare, con lo stomaco che fa vertigini sperticandola sulla bocca che ride, e ride, e ride. Gli occhi forti.
La bambina ha dieci anni. L'odore dell'aula è anche dentro la cartella che si porta dietro, ma forse è davvero un atto di benevolenza: un giorno saprà riconoscere i posti da cui stare lontana. Questo è solo l'inizio. La vita le toglierà i vizi, un'assenza alla volta, e lei sarà il treno più bello — quello che si perde sempre.


Ho toccato 
tutto ciò che ho raggiunto...
Come sono semplici certe cose delle mani.