17 dicembre 2015

Essere soli è un mondo non accessibile
per mancanza, una cosa piccola. Ci sei
desiderando le tue mani anche la stretta
piantata tra le costole del pensiero, tu.

Tesoro caro mi hanno scritto dal fronte
che sei sopravvissuto a questa vita.
Sono nata bucaneve sulla roccia quel giorno
tu nevicavi, io brillavo di rugiada.

18 novembre 2015

I

Donarti la giornata mancata, le imperfezioni
del caso le simmetrie il disordine l'amalgama
i minuti cresciuti imboccandoli, more
e bacche rosse.

Tenerti, il posto caldo, una coperta
per gli occhi stanchi e stringere
l'angolo chiuso aspettare
timida, dietro un timido sorriso.

L'inverno è malia in questo vetro
freddo sulla mano il silenzio
delle ore vorrei la voce, invece
ho la testa poggiata sul lato sinistro

delle tue fantasie.


II

Resta stretta la stagione
fieri campi d'asfalto
la noncuranza sacrificata
alla cenere delle ore.

Si muove storta, lei
disconosce l'età dei giorni —
l'animale lento che grava
nella febbrile sostanza, vive.

L'inverno si pone, la buccia
è lume bianco di neve:
lo cerca lo cerca lo cerca!
Se cade

si trafigge col suo sguardo.

27 ottobre 2015

Una nuova recensione a cura di Pamela Proietti 
per l'Associazione Casa d'Inchiostro
sul racconto "Teddy", tratto dai "Nove Racconti" di J.D. Salinger.









Riprendendo in mano i Nove racconti di J. D. Salinger una nota di merito va all’ultimo racconto proposto nel libro: Teddy. Anche qui, come negli altri, si può cogliere il pensiero dell’autore che, nel raccontare la breve storia di questo ragazzino, mostra il suo lato più spirituale e collegato al credo a cui dedicò gran parte della sua vita: il vedānta.

Nel caso di Teddy, però, si può notare come ci siano anche altri riferimenti — seppur tenui — che fanno da filo conduttore nella sofferenza irrisolta che Salinger cercherà di esorcizzare dopo la guerra che lo rese soggetto a disturbi post-traumatici da stress. Si tratta della morte dello stesso autore, che nel libro egli esperirà in un Seymour adulto e in un Teddy bambino. A volerli mettere vicino questi due personaggi si assomigliano davvero molto, sia per il fatto di essere entrambi bambini prodigio, sia per quel modo di esprimersi e comportarsi che crea intorno a loro un alone di mistero come di fatto fu per Salinger stesso.

La prima scena che incontriamo nel racconto si svolge nella cabina di una nave. Si tratta di un dialogo tra Teddy e i genitori dove viene subito messa in evidenza la distanza tra il bambino e gli adulti. Una distanza che mostra Teddy avere una consapevolezza non ancora raggiunta dai genitori, quasi fosse lui il padre e loro i figli. Importante è la riflessione che il ragazzino fa su una busta di bucce d’arancia gettate in mare dalla nave perché ciò che dirà, prima di lasciare definitivamente la cabina, è già presagio. 
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15 ottobre 2015

giardini immaginari con veri rospi dentro
(come quando era poesia)



Andarsene via, cos'era
la voce? Un parlare piano,
sussurrato perché è bello
perché? Se non hai smesso la
grazia pornografica dei coltelli.



1.
Esercizio della distanza:
coprirsi la bocca con le mani.
Esistono parole che non vedi.

2.
Cinematografo, come filare stelle
da un carnevale autunnale —
ne ho una fra i capelli, ricordi.

3.
Desideravo solo giardini immaginari
con veri rospi dentro.



12 ottobre 2015

Dalla rivista Metropolis Zero
Mind the Gap, una rubrica a cura di Pamela Proietti:

Lorenzo Reina, il pastore che scolpì la poesia.


Seduto se ne stava
e silenzioso
stretto a tenaglia
tra il cielo e la terra
e gli occhi vuoti
fissi nell’abisso.

 da Amore Non Ne Avremo,
Poesie e Immagini di Peppino Impastato

(Navarra Editore)



Lorenzo Reina mi parla di libri, del suo amore per la lettura, della poesia di Peppino Impastato, e la mente corre permettendomi di vederlo immerso fra le sue montagne, esattamente tra cielo e terra, durante la transumanza mentre silenzioso scolpisce le sue opere. Ma gli occhi di Lorenzo Reina sono tutt'altro che vuoti poiché è in quello sguardo che si scorge la forza dell’arte.  
Questo è un viaggio. Un viaggio intrapreso alla ricerca di un teatro costruito a mille metri d’altezza da un uomo che alleva asini e scolpisce la pietra. La storia è raccontata dalla sua stessa voce:

È la terra di mio padre, la terra dove ho seguito le sue orme di pastore. Ho sempre avuto una passione per la scultura e mi ci sono dedicato sin da piccolo, ma fu solo quando presi in mano le redini dell’azienda famigliare che decisi di unire le due cose creando così la fattoria didattica, il museo e il Teatro Andromeda realizzando il mio più grande sogno.

In effetti sembra di entrare in un gran bel sogno quando, arrivati alla fine di una strada sterrata, ci si trova di fronte a questo spettacolo che lascia senza parole.
C’è una piccola montagna di fieno ammassata vicino a un carretto, un pozzo di quelli che siamo abituati a vedere nei libri delle favole, e una costruzione dallo stile arabo che ospita una campana. Avvicinandosi alla casa ci si rende conto che in realtà si tratta del vecchio ovile ristrutturato per ospitare e ristorare le persone dopo lo spettacolo. Ci sono quadri alle pareti (opere in esposizione di Giuseppe Alletto) e lunghi tavoli di legno; ci sono lanterne, e un focolare domestico che ti fa sentire quanta accoglienza può esserci nelle cose semplici.

Rocca Reina si raggiunge avventurandosi sui monti sicani, passando per S. Stefano di Quisquina in provincia di Agrigento. È una fattoria didattica, un laboratorio d’arte, un museo, un teatro, un ovile.
La fattoria didattica nasce dall'amore per la condivisione. Lorenzo Reina si dedica all'agricoltura biologica e all'allevamento di settanta asine. Le scolaresche in visita possono apprendere come si fa il pane e il formaggio utilizzando i metodi di una volta e possono sperimentare le pratiche di onoterapia. Ci sono diversi percorsi relativi alle scuole: Vieni in Somaria, Vivi la Natura, Il Ciclo del Pane, Vivi l’Arte e Vivi il Teatro.

Seguendo il sentiero che Lorenzo mi indica per arrivare al teatro mi trovo a camminare nel mezzo di frutteti, vigne, uliveti ed un piccolo spazio per le erbe officinali. Qui e là, tra le sterpaglie, emergono sculture, e l’effetto di simbiosi con la natura è reso ancora più forte dalla loro collocazione — come fossero parte della terra.

Il teatro si trova proprio in cima ad un’altura. A picco sullo strapiombo, il muro di pietra viva lo circonda e sembra abbracciarlo. Teatro Andromeda, questo il nome che Lorenzo Reina ha dato alla sua opera, un meraviglioso teatro greco. E non si tratta di un nome fortuito perché per Lorenzo questo è il luogo dove la scultura diviene poesia.
I posti a sedere sono centootto. Il pastore li ha scolpiti riproducendo il disegno della costellazione di Andromeda. Il centro del palcoscenico ospita una statua in esposizione per l’Arte in Scena: l’Icaro morente di Giuseppe Agnello. Il teatro, la costellazione, l’incontro tra cielo e terra — essere parte della Poesia.
L’impatto con il panorama è travolgente. Ci si sente piccoli piccoli, e grati.

Tornando alla fattoria mi aspetta una sorpresa continua a leggere

7 ottobre 2015

Ore 3,25.
Viviamo in un distributore
palline colorate
quanto paghi per essere
interscambiabile?

Ore 4,07.
La routine dei modi di fare —
posso predire il futuro
ma non i visi
si accettano offerte.

Ore 4,50.
Le proiezioni della colpa,
l'amore non è
un errore da correggere.
Dai, giochiamo?

Ore 5,40.
Ho immaginato di disegnare l'incubo
la forma, lo sguardo, i denti e poi
gli ho dato un nome.
Adesso fa tenerezza.


ph: Acquaforte di Gisèle Celan-Lestrange.

24 settembre 2015

Dalla rivista Niederngasse,
una nuova rubrica a cura di Pamela Proietti, Andrea Schneider e Paola Silvia Dolci:

Stenopeica
ritratti in associazione libera
andiamo a caccia!

*

stenopeiche 1/n

Guardo la tua leggiadra figura e non occorre fantasia perché io possa seguire il ritorno alle origini, la tua toilette mattutina è di fine tela color ostrica e tu sei un invito a un bagno di fango, il tuo occhio azzurro mi fissa attraverso un latteo cheratomo, con l’indice irrigidito scosti i ramoscelli gialli del salice piangente e sai bene che da me puoi attenderti tutte le cose peggiori.



Lampi emotivi e un centootto d’oro aprono nel finish la via alla chiavica, al triste week-end che ora incomincio a vivere, l’abito di cui sogno è intessuto color riso della cellulosa siberiana, le mani verdi di ottocento fanciulle sono il fondamento di una dolce confessione, le isoipse del riso ti solidificano con maschera di cortesia e i cricchietti delle tue orecchiucce porcellanate sono perfettamente nascosti nella boscaglia d’ascolto dei tuoi capellucci macerati dall’ossido.
Le sfere di cose e avvenimenti innescati, contro il corso delle lancette dell’orologio, girano a tempo zero, tuttavia un solo giorno passato con la fanciulla amata su un ghiacciaio norvegese è continua a leggere

6 settembre 2015

Il vento improvvisa la notte 
d'agosto, una lunga gonna copre 
piedi nudi.

Si leggono poesie qui
frammenti di libri che amano,
se vuoi

basta prendere coraggio e 
avvicinarsi.
La scogliera è un dolce bacio mai dato.





《 ok, la rivoluzione non ci sarà / non staremo a piangere per questo / né per le stelle che si sono spente nel nostro cuore / non piangeremo nemmeno se una donna ci dirà / che siamo inutili come le lattine vuote di coca-cola / ... / io più semplicemente dico che alla mia età / si può fare a meno anche di questa verità 》

《 Allora, scopiamo, tu ed io, / quando la sera si stende contro il cielo /.../ scopiamo, in questa casa semi deserta, /.../ oh, non chiedere Cosa? / andiamo a fare la nostra scopata. // Nei corridoi gli alunni vanno e vengono / parlando di Eliot e di Dante 》

《 Beatrice: da qui verso / fino a ritrovarsi / in ortu et in exitu vitae / simultaneamente / come negli ultimi minuti di quel film di Kubrick / ... / un uovo: alfa e omega / cunicolo osceno e senza scena / dove i ricordi sono un punto matematico / e il corpo l'unica cosa che ci rimane / di ciò che abbiamo vissuto // ... // ciò che resta dei démoni che siamo stati // perché sia la vita ciò che è sempre stata / perché 》

Alcuni pezzi da
Don't - in Oroscopi
Luther Blissett, Interlude e La vergine e il buco - in Beatrice
My heart is full troubles
di Emilio Piccolo



*


25 luglio 2015


20 luglio // il mattino

Una merla che frequenta il giardino
oggi mi porta notizie di te.

Le primavere ti fanno piccola e
mi sfili dalla coda senza chiedere.

Stupidamente tengo il conto
scrivo a matita: sono tre.

Cosa te ne fai di questo giorno
adesso che ti regalo fiori a maggio?


*

20 luglio // il pomeriggio

Leggo le poesie di Patrizia Cavalli, scalza
l’estate mi prevarica
confonde le stagioni.

Fuori è tutto bianco
anche il cielo si è coperto —
le nuvole sono mani su certi universi.

Se non avessi questi pensieri tristi
te ne regalerei uno, così
perché ti colga impreparato.




17 luglio 2015

Dalla rivista OfficinaBettiJournal,
una rubrica a cura di Pamela Proietti:

Mind the gap
Della Letteratura e altri costumi, l'inconciliabile bagarre a cui l'arte ci consegna.
La rubrica si propone come estensione che rende il limite un semplice confine: hop! Poesia, musica, mostre, pensieri clandestini per anime inquiete. Se l'opera è un'arma bianca e l'artista un assassino, lasciate che vi incida col suo stiletto d'autore.

*

Steve McCurry: Oltre lo sguardo.


Se vi capitasse di chiedervi cosa accade quando un grande fotografo s’innamora di un santuario del cinema come Cinecittà, forse dovreste affrettarvi perché una risposta c’è, ma solo fino al 20 settembre. È a Roma, presso il Teatro 1, il luogo scelto da Steve McCurry per l’esposizione di una personale con 150 scatti tra inediti e vecchie glorie. Una mostra che racchiude diversi aspetti artistici poiché unisce l’essenza di McCurry, curata da Biba Giacchetti, all'allestimento surreale, opera di Peter Bottazzi.

Percorrendo il viale tra le statue e gli edifici che ospitano importanti set protagonisti di Cinecittàsimostra (rassegna dedicata al cinema e alla storia di Cinecittà) si arriva al Teatro 1, dove ad ogni visitatore è fornita un’audioguida per ascoltare, dalla voce dello stesso McCurry, gli aneddoti più stravaganti legati ad alcuni suoi scatti.

All'interno del Teatro è buio. Il tempo di abituare gli occhi alla penombra e ci si ritrova in un luogo dove la forza di gravità sembra aver perso il suo potere. Siamo sospesi — questa è la sensazione — come sono sospese, a diverse altezze, le opere del fotografo.
In realtà si tratta di pareti composte da veli, che danno all'osservatore l’impressione che ci siano più dimensioni tutte nello stesso spazio. L’effetto è travolgente. I veli creano piccole stanze trasparenti conducendoci in un labirinto le cui vie sono i paesi dove McCurry ha lavorato: l’India, la Birmania, l’Africa, l’Afghanistan, il Giappone, l’America, l’Italia e molti altri — una sovrapposizione tra diverse culture, tra eventi che hanno fatto la storia e ritratti che la storia ce l’hanno impressa negli occhi, sulla pelle, nelle loro azioni quotidiane.

Ci troveremo di fronte all’orrore dell’11 settembre mentre dei monaci cambogiani s’incamminano ad Angkor Wat e delle donne afgane, che indossano il burqa, sono ferme ad ammirare le scarpe presso un banco del mercato.
Ci coglierà lo stupore osservando l’equivoco suscitato nello scatto Two Kara women, dove sono ritratte due cameriere di un bar caffetteria.
Ci imbatteremo continua a leggere



(altre fotografie sono disponibili qui)

8 luglio 2015





Caro Mr. Drape,
le lascio un foglietto sotto il cuscino. La prego, lo prenda quando tornerà a sognarmi. 
Segua le indicazioni della Bre e scoprirà che chi nasce con Itaca nel cuore difficilmente si sottomette al destino. A proposito, io non credo nel fato e questo — lo so — complica tutto.

Sempre sua,
Prisca

Ps. Imbratto ancora i libri con la matita. Sono passata dalle sottolineature agli appunti a margine, poi al dialogo con i versi, ora al disegno. Forse sto peggiorando.

23 giugno 2015

Dalla rivista Niederngasse,
una nuova rubrica a cura di Pamela Proietti:

boira le vin nouveau
Datemi un ventaglio di carta e una matita per le eccellenze.
Ah, come sono squisiti certi cadaveri!

*
L'articolo che apre la danza macabra è un reportage sulla mostra di Matisse che si è chiusa in questi giorni nella capitale. Buona lettura...


Matisse. Arabesque, ficcanasando alle Scuderie del Quirinale.
“La candeur de ce buste surprend au milieu de l’orgie des tons purs.
Ah, Donatello au milieu des fauves.”
Il candore di questo busto desta stupore in mezzo a un’orgia di toni puri.
Ah, Donatello in mezzo alle bestie selvagge.

Così scrisse il critico d’arte Louis Vauxcelles sulla rivista Gil Blas in merito ai quadri esposti nella terza edizione del Salon d’Automne del 1905. La sala numero VII, al centro della quale si trovava una piccola scultura in bronzo raffigurante un bambino, ospitò le opere di un certo Henri Matisse e di alcuni giovani artisti. Fu battezzata la gabbia delle belve. Pubblico e critica non ebbero dubbi e condannarono quest’arte eccentrica e oltraggiosa che utilizzava colori violenti e lontani dalla realtà: il fauvismo.
Le origini di Matisse potrebbero ricondursi a questa breve esperienza artistica legata alla pittura fauve ma, in realtà, si tratterà semplicemente di un passaggio verso nuove ricerche a cui il professore (così era chiamato nell'ambiente) si dedicherà nell'arco di tutta la sua vita.

Nella mostra Matisse. Arabesque, ospitata a Roma nelle Scuderie del Quirinale, il curatore Ester Coen pone l’attenzione sul Primitivismo che influenzò il pittore, sulla sua passione per l’arte africana, fino ad arrivare al tema principale: l'Arabesque, l’Oriente.
“Nella duplice natura di questo titolo è compresa la forza di un’idea che, contemporaneamente, allude a una visione concettuale, all'interpretazione di una superficie pittorica, al richiamo di tradizioni culturali che nell'ornamentazione racchiudono il senso di una simbologia fondata sugli archetipi di natura e cosmo,” dice Ester Coen, precisando che “il motivo della decorazione e dell’orientalismo è per Matisse la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura, di un’estetica fondata sulla sublimazione del colore, della linea.”
Grazie alla collaborazione tra i maggiori musei del mondo - Puškin, Hermitage, Pompidou, MoMa, Tate, Metropolitan per citarne alcuni - e a diverse collezioni private messe a disposizione per il pubblico, la mostra ci permette di entrare nell’arte di Matisse ammirando le opere, le ceramiche decorate, i tessuti e gli abiti di scena che l’artista realizzò per il balletto Le Chant du Rossignol di Igor Stravinskij.
Passeggiando tra le sale scopriamo come Matisse abbia attraversato il Marocco, l’Algeria, l’estremo Oriente, cogliendone l’essenza più intima e maturando, nella sua esperienza di uomo occidentale, una sensibilità che lo porterà ad unire diverse culture nelle sue mani.
L’incontro con l’arte islamica sarà la spinta ad inserire nei quadri motivi orientali significativi trasformando le linee e la ricerca del colore in un vero e proprio schema compositivo. Lo stesso Matisse, nel 1947, scriverà al critico Gaston Diehl: “La révélation m’est venue d’Orient”, e ancora: “La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione. Ben collocati, suggeriscono la forma o l’accento di valori necessari alla composizione del disegno”.

Tra i quadri, le ceramiche e i tessuti esposti, la mostra ci racconta anche un piccolo aneddoto sulle illustrazioni che il pittore fece per il famoso libro di James Joyce, l’Ulisse. Disegni che l’artista realizzò su commissione della casa editrice ma che trassero ispirazione dall'altrettanto famosa Odissea di Omero. Lo scrittore, convinto che Matisse conoscesse molto bene l’edizione francese della sua opera, rimase alquanto infastidito quando apprese quale fosse la reale fonte d’ispirazione del pittore e firmò soltanto duecentocinquanta copie dell’edizione illustrata dell’Ulisse contro le millecinquecento firmate da Matisse. A chi gli chiese come mai i suoi disegni avessero così poco in comune con l’Ulisse di Joyce Matisse rispose semplicemente: “Je ne l’ai pas lu” ( Non l’ho letto).
Dopo aver appreso delle collaborazioni con Joyce, con Mallarmé ( sono esposti diversi studi per il poema L'Après-midi d'un faune), dopo aver ammirato le odalische, arriviamo  continua a leggere

15 giugno 2015

Alle sette di mattina ascoltare Scriabin
non è la causa ma l’effetto —
penso a Demian.
Dopo tre ore è ancora buio.

Alle dieci avere paura dei tarli
che divorino il mio pianoforte
che non resti più nulla. La pioggia,
dopo due ore ancora buio.

Alle dodici cercare un gesto
affettuoso, il cielo sopravvive
e non consola nessuno
come certi fiori.



Nella foto: Il cielo sopra il pianoforte.

7 giugno 2015

una mia recensione su Giù al dinghy,
tratto da Nove racconti di J. D. Salinger.




J. D. Salinger dichiarò alla rivista Esquire, nel 1945, che aspettava di leggere un libro che si allontanasse dai classici romanzi di guerra con un forte contenuto formativo e che rendesse più visibile, senza imbarazzo, l’aspetto imperfetto di questi gloriosi soldati. Questa affermazione ci fa avvicinare alle intenzioni dell’autore quando selezionò nove dei racconti, tra quelli scritti fino al 1953, e li racchiuse nel libro: Nove racconti.
Un percorso interessante si sviluppa tra le storie se teniamo in considerazione che, secondo Margaret Salinger, suo padre disse ad uno studente, che gli chiedeva informazioni, che tutti i fatti biografici e gli eventi traumatici che aveva vissuto si potevano ritrovare nelle sue opere.
Tra le nove storie scelte due sono riconducibili al più grande amore letterario di Salinger: la Famiglia Glass. Si tratta di Un giorno ideale per i pescibanana e Giù al dinghy. In Giù al dinghy l’autore introduce il personaggio di Boo Boo Tannenbaum, già menzionata nel libro Franny e Zooey e terza figlia di Les e Bessie Glass.
Boo Boo, soprannome di Beatrice, viene descritta come una ragazza sconvolgente e definitiva. Lavora per un ammiraglio della marina come segretaria e si trova in vacanza nella casa del lago insieme al figlio Lionel, al marito e due domestiche. La storia gira intorno alla misteriosa fuga da casa del bambino. Ha quattro anni e non è la prima volta che scappa.
La bellezza di questo racconto è più nei particolari che nelle azioni centrali della storia. Salinger si accosta all’accaduto attraverso l’ansia di una domestica che si rivolge all’altra con mezze frasi creando curiosità e apprensione nel lettore; lascia che i precedenti sul bambino siano appresi tramite informazioni seminate nella conversazione, atteggiamenti fisici che evidenziano il disagio e il pregiudizio, fino a spostare la scena su Boo Boo che recupera il figlio giù al dinghy (l’imbarcazione del padre, presente nella storia pur non facendo alcuna comparsa).
Quando madre e figlio sono soli il racconto diviene più intimo. Cercando di capire il motivo della fuga Boo Boo s’improvvisa viceammiraglio per incuriosire Lionel e cercare un modo per avvicinarlo. Le due personalità vengono mostrate come se a descriverle fosse qualcuno che le guarda da fuori e forse è questo uno dei punti forti di Salinger: sono esseri umani veri, estrapolati dalla fantasia, e non c’è garanzia di capire continua a leggere...




Illustrazione di Johnny Ruzzo.

18 maggio 2015

Per essere felice / senza disturbare

(ti seminavo spuntavano
tanti teresini)
*
ti porto a vedere là a destra e
sinistra della primavera
*
le briciole cadevano dal tavolo le
formiche guardavano in
su dicevano «la neve»...
*
Piovendo, nelle sue sicure braccia l'abbracciava.
E la pioggia?
La pioggia fuori piano pioggerellava.
E dopo?
Dopo non si sa, erano al prima.
*
Lei riempitissima di lontananza senza cercarlo ovunque lo cercava.
*
Post Scriptum
Siamo poeti.
Vogliateci bene da vivi di più
Da morti di meno
Che tanto non lo sapremo.


*****
Quando ho chiuso il tuo libro l'ho lasciato sul davanzale c'è una merla che lo becca e si mangia tutte le tue poesie Vivian se le mangia e poi le rovescia nel nido ai merlini che sono piccoli maghi con alucce pronte a librarsi in volo delle tue pagine ma intanto cinguettano tutte le paroline che la merla si ruba dal tuo libro che quando ho chiuso ho lasciato sul davanzale, Vivian.



12 maggio 2015

una mia recensione su Per Esmé: con amore e squallore,
tratto da Nove racconti di J. D. Salinger.


Nel 1953 J. D. Salinger pubblica il suo secondo libro: Nove racconti. La raccolta si compone di diverse storie nelle quali sono fortemente rintracciabili elementi biografici che hanno caratterizzato l’intera vita dello scrittore delineandone un profilo che lo rese un mito. In particolare una di queste toccò aspetti fondamentali, si tratta di “Per Esmé: con amore e squallore”.
La storia si sviluppa in un racconto dentro al racconto. Esmé è una bambina di 13 anni che il soldato X incontra in una caffetteria dove lei si trova con il fratellino e la governante. Il dialogo tra i due è delicato ma non manca di toccare argomenti scottanti come la guerra. Attraverso la narrazione Salinger fa riferimento al Vedānta (a cui si dedicherà tutta la vita) descrivendo un’esistenza, una morte, una rinascita e utilizzando un koan zen come gioco tra lui ed il fratellino di Esmé. Interessante è anche la seduzione messa in atto da Esmé, che si pone nella storia come una ragazza ben più grande dei suoi 13 anni.
Quando la governante conduce via i bambini, la ragazzina, prima di andare, chiede al soldato di scriverle un racconto che raccolga in sé l’amore e lo squallore; lei gli scriverà delle lettere (se lui è d’accordo) perché “scrivo lettere particolarmente articolate per una persona della mia …” età, parola che Salinger lascia in sospeso, ma che sarà un punto cruciale nelle relazioni che lo scrittore intreccerà nell’arco della sua vita. Una di queste il rapporto con Jean Miller, amicizia importante iniziata quando la Miller aveva 14 anni e Salinger 30, identificata come la musa che ispirerà il personaggio di Esmé in questo racconto e di Sybil in “Un giorno ideale per i pescibanana”.
La prima parte della storia termina con continua a leggere 


22 aprile 2015

Da Room 237, 
una rubrica a cura di Pamela Proietti e Andrea Schneider.

A sessantacinque anni dalla morte di Edgar Lee Masters (Garnett, 23 agosto 1869 – Melrose, 5 marzo 1950), abbiamo voluto rendergli un piccolo omaggio con il nostro primo pezzo su NiedernGasse.
L’idea è stata quella di dare voce a quattro autori che, a differenza dei personaggi di Spoon River, sono realmente esistiti e sono sepolti nel Cimitero Acattolico di Roma.
Gli autori da noi scelti sono: John Keats, Gregory Corso, Amelia Rosselli, Antonio Gramsci.
I testi, tranne le parti in corsivo, sono frutto della nostra fantasia.
Buona lettura!

Epitaffi d'autore.





I see, and sing, by my own eyes inspir'd.
So let me be thy choir, and make a moan
                 Upon the midnight hours;
Thy voice, thy lute, thy pipe, thy incense sweet
          From swinged censer teeming;
Thy shrine, thy grove, thy oracle, thy heat
           Of pale-mouth'd prophet dreaming.
L'ottavo giorno della Genesi vede il mio tempo come un fiume che nel profondo mi trascina. Sono quel che non sono: l'artefice posto a servire la realtà per renderla esteticamente eterna. Vi parlerò di me, di me in quel mondo in cui mai misi piede. Fui testimone che nulla dissi contro di voi e nel momento in cui scrissi il primo verso diedi testimonianza contro di voi. Non c'è modo di afferrarmi. E vi dirò di quel salto nell'essere, dell'invasione in un altro essere, in un'altra forma dell'essere: insediarsi nella cosa che sarà verso. L'estasi, un annullarsi per divenire altro, e poi intraprendere il viaggio di ritorno. Restituirmi e sapermi poeta. Una poesia è sempre un ritorno.
Mortale, affinché tu possa capire
bene, umanizzo i miei detti al tuo orecchio,
facendo paragoni con terrestri
cose, altrimenti tu faresti meglio
ad ascoltare il vento la cui lingua
è per te vano rumore, benché
carico di leggende esso soffi
tra gli alberi.
Non mi difesi mai dal mondo poiché la verità è un accordo con la sensibilità a discapito della ragione. continua a leggere

8 aprile 2015

Da una rara corrispondenza, 88 parti — quinta costellazione.


Mi è concesso
di conoscere la tua fame
che ti si pianta in petto e germoglia
officinale.

Mi è concesso
di osservare il raccolto
le labbra secche e qualche bocca
di uccellino da nido.

Mi è concesso
e non disdegno — sia testimone per me la cura!
Eppure, ogni moneta gettata nel pozzo voleva
sapere del tuo nutrimento.

*

Lo vedi
come ci illumina la Miaplacidus
quieta acqua che dipinge
la tela celeste delle nostre bocche.




12 marzo 2015

Hanno rivestito le mura con la stoffa verde
le formiche, nuove leve sulla nostra coscienza.
Tutto tornerà intatto, pulito, non trascorso, solo
ai condomini resteranno le crepe.

*

Nel vagone anche i piccoli viaggi hanno il loro valore,
un ragazzino è sorpreso a rubare, l'uomo lo rimprovera
cacciandolo, altri incitano: picchialo, picchialo, picchialo!
Anche i piccoli viaggi hanno le loro bestie di valore.

*

È di via Marmorata il pomeriggio più bello, conservo
un foglio bianco tra le pagine del quaderno.
Qualcuno porti dei fiori alla Rosselli, per favore
l'incomprensione non giustifica tanta crudeltà.

*

Al minuto 2,27 spiccò il volo.




*** cose belle

3 marzo 2015

Le 4,37 minuti è un tempo non considerato dall'idea
che avete del mattino. Cosa ne fate
dell'esistenza che vi separa dal vivere?
La piscina è piena di meduse,
vorrei tanti Cortázar nelle scuole.

Dare un nome e non definire: aggiungere
più reale alla realtà operando una sottrazione.

Questo modo che è poesia.




16 febbraio 2015

Marcel mi provoca irritazioni oniriche
non ho perso il tempo che lui ricerca
però sento le voci e non smettono
soprattutto quando il libro resta chiuso.

Volume due, punto.
Ci vuole un bel coraggio e la Kristof
gli tira i baffi:
"Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia?

Il comodino disordinato,
una sana confusione di carta e pensieri.
Sviluppo una piccola avversione
per chi ha modi di lettura sessuati, merli!

"Le soleil, un pied à l'étrier,
niche un rossignol dans un voile de crêpe.
Vous ne rêvez pas
."
So dare un nome a tutte le mie madeleine.



22 gennaio 2015