27 ottobre 2015

Una nuova recensione a cura di Pamela Proietti 
per l'Associazione Casa d'Inchiostro
sul racconto "Teddy", tratto dai "Nove Racconti" di J.D. Salinger.









Riprendendo in mano i Nove racconti di J. D. Salinger una nota di merito va all’ultimo racconto proposto nel libro: Teddy. Anche qui, come negli altri, si può cogliere il pensiero dell’autore che, nel raccontare la breve storia di questo ragazzino, mostra il suo lato più spirituale e collegato al credo a cui dedicò gran parte della sua vita: il vedānta.

Nel caso di Teddy, però, si può notare come ci siano anche altri riferimenti — seppur tenui — che fanno da filo conduttore nella sofferenza irrisolta che Salinger cercherà di esorcizzare dopo la guerra che lo rese soggetto a disturbi post-traumatici da stress. Si tratta della morte dello stesso autore, che nel libro egli esperirà in un Seymour adulto e in un Teddy bambino. A volerli mettere vicino questi due personaggi si assomigliano davvero molto, sia per il fatto di essere entrambi bambini prodigio, sia per quel modo di esprimersi e comportarsi che crea intorno a loro un alone di mistero come di fatto fu per Salinger stesso.

La prima scena che incontriamo nel racconto si svolge nella cabina di una nave. Si tratta di un dialogo tra Teddy e i genitori dove viene subito messa in evidenza la distanza tra il bambino e gli adulti. Una distanza che mostra Teddy avere una consapevolezza non ancora raggiunta dai genitori, quasi fosse lui il padre e loro i figli. Importante è la riflessione che il ragazzino fa su una busta di bucce d’arancia gettate in mare dalla nave perché ciò che dirà, prima di lasciare definitivamente la cabina, è già presagio. 
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