19 novembre 2016


Al numero 56 del giorno le ore, messe in fila, abbandonano il tempo e seguono un preciso schema d'azione. Non c'è regola per il sonno, né alimentazione. Quel che è stato insegnato al bambino è disfatto: la buona gestione del corpo e della mente: come funziona, come si fa. Il metodo è sostituito dal bisogno. Per quanto il bisogno sia sopperito, il bisogno resta senza risposta.

Noi siamo avvinti ai minuti. La linea
temporale: una sottile curva che tende
all'origine ostinata nell'impresa.
Gravitiamo
col nostro peso sul
le cose necessarie:
respirare.

Al numero 56 del giorno il fuori non è più esterno. Le pareti della casa sono strade alberate. Le percorriamo attraversando tunnel di corridoi e ponti che s'aprono su ruscelli di pioggia. Il fuori, ora, è anche il sé, discosto dal presente. La distanza, tra ciò che accade e ciò che è, si allunga e crea un luogo dove 
non c'è uso, né un io, né un tu. Un luogo dove 

esistiamo della possibile esistenza.





25 ottobre 2016

Adesso sono la bambina dietro la vetrata delle mezzelune
immobile con le mani colme di schegge la vita / ora
un viso sparuto di bambina / sulla linea della luna mezza-
esistenza in una collocazione di luogo-mondo.

Bernhard dice che bisogna avere almeno la volontà di fallire
almeno, se vogliamo continuare e non fermarci
i propositi falliti sono il motore-bambina-davanti-la-vetrata
avere coraggio nello svelare e ri-velare la fioritura di rosso.

*
ti scrivo
con la guancia rivolta alla donna persiana.



29 settembre 2016

Mi genera una polvere leggera
sugli acini, d'oro il tramonto
stasera, alle ginocchia gioca
questo sguardo
tuo. Io
ora amerò, come isola
curva
la settima costa a salire
le ossa. E stringo
taciuto-ragazzo, l'argento
(qui dovrei cadere
in uno spazio che misura,
tolto, o torto, o tronco, alla lingua non
già caduta) il
tuo drago d'inverno, il tuo
occhio riflesso nel
mio occhio ho portato
le mani sul seno.


15 settembre 2016

24 agosto - 5,50 a.m. : nel magazzino qualcuno dice che non funziona nulla. Bisogna andare via. La voce dice di andare via. Il luogo si svuota con calma. Tutte le persone lasciano il loro posto, nessuno recrimina o si chiede il perché, se ne vanno. La vetrata che li divide dal cielo è una mezzaluna. Una forma che ricorda vagamente la polvere di caffè versata nella moka. La marea è così bassa che ogni viso illuminato risulta nudo, galleggiando appena, sopra le acque che ricoprono la storia. Nell'angolo un mobile, alla parvenza rimediato, stona con il bianco acceso del momento: libri d'attesa. È scritto con una vernice sulla parte alta. L'invito sfiora lo sguardo di ogni persona che attraversa il corridoio, ma nessuno lo raccoglie. Le pagine restano inviolate in questo posto - a differenza dei corpi. La voce, insistente, incalza ad andare. 
Lei è dispiaciuta. Lui dice: "non preoccuparti". Restano soli, fermi. Ma sulla strada già si fugge, si corre via da qualcosa - come fosse aperta la caccia. Corrono, ora. Anche loro. Si nascondono. 
Lui le prende la mano. Il gesto è consolatorio: infonde fiducia: dà coraggio. Il gesto fa stare bene.

Lei si sveglia piano apre gli occhi
guarda le lancette
dell'orologio sul mobile, segnano
le cinqueecinquanta.




1 settembre 2016


Quasi non
si parlano attraverso
una fessura che il tempo ritira
sulla retta a termine, sono segni
i piatti nel lavello.

Dicono che Maria non sa sognare:
congela il futuro
in porzioni. Sono il sangue che non ha
perso, la mano che vuole tenere
accanto. Il padre

fermo sulla veste
di lei, il quadrato
vivente in crescendo, muore.

16 luglio 2016

Ancora ti scrivo nelle ore di plenilunio
se una camicia scopre i polsi bianchi
di un taglio sconsolato è la mancanza di
voce, tua la mano al porticciolo
e andavamo a vedere l'eclissi, ricordi? La luce
scompariva lentamente, poi
nevicava - la festa
poco prima del buio -
tu mi parlavi di un demone superbo
ed erano occhi gli abissi del
mare, una burrasca forse non potevi
il sorriso mio nelle tenebre, allora
io lo stringevo tutto il tuo cielo.



25 giugno 2016

Dieci.
Sono seduti per terra con le borse e aspettano. Cambiano i volti ma aspettano. Aspettano sempre.
Un ragazzo vuole scendere. Anch'io. Mi parla mentre ascolta musica napoletana. Gli dico: è una stazione fantasma, questa. Gli dico: scendo con te.
L'attenzione ai dettagli: Giuseppe ha i capelli corti corti. È preciso, efficiente, asettico. Giovanni ha un anello di carta all'anulare destro. L'anello serve a qualcosa ma le informazioni stampate in caso di terremoto mi distraggono. Ha i polsi belli e fa tante domande. L'anello non è di carta. Venere32 assomiglia a qualcuno che ho visto anni fa. Deve essere per il modo in cui guida. Conserva tutti i voucher.

Ancora dieci, nel mezzo.

Le sedie sono schierate ma lo schermo è di lato. Un cinema mal riuscito. Allora la scena si svolge lontano dal vetro e Giuseppe, per una questione di pulizia fonica, non approva. Viene ignorato. Cerco di comprendere la situazione ma il dialetto è troppo stretto, chiuso sulle loro bocche. 
La Scapettone fa tutto un discorso sulle lingue della Rosselli ma la figura dell'uomo che mi è di fronte non scompare, s'insinua con i suoni delle sue parole, tra le pagine, giocando uno specchio con la performance di Amelia a Castel Porziano.

Sempre dieci.

Una donna si avvicina. In base al tempo della mia permanenza sono una persona affidabile. Funziona così per certi luoghi: se ti trattieni a lungo divieni parte del contesto e lo spaesamento appare meno visibile. La donna parla. Dalla mia voce capisce che non sono del posto, ma non le importa. Si fida. Dopo di lei un'altra donna, e un uomo, e ancora. Mi trasformo in un centro accoglienza autonomo.

Dieci, sempre.
Se avessi una connessione potrei leggere le poesie.
Usare il condizionale condiziona la mente.
Al telefono mio fratello è un ragazzo che amo
come una madre. Sono la madre di mia madre
e di mio fratello.

11 giugno 2016

I

Noi siamo quello che resta
la storia dei temporali
una via di pietre bagnate, pozze
dove i passi s’apprestano
alla ricerca di tetti stabili
anche un proposito del riparo siamo
quando la pioggia
è la stazione vicina, le voci ferme
dei treni sempre in corsa. Noi
siamo quello che resta dopo
il cazzo anche
o forse cielo.


II

Se la parete della casa brucia
occorre rapire le fiamme - una
vita non dice l'impossibile amare
è l'infinito sempre aggiunto
alle infinite sottrazioni.



27 maggio 2016


Sarebbero stati
l'ombra mutevole delle cose
sperse, in tempi non finiti
le bocche avrebbero taciuto
solo il bacio.



16 maggio 2016

Dalla rivista Metropolis Zero

Il paziente crede di essere, di Marco Giovenale.

Recensione a cura di Pamela Proietti.




Si è tenuta in questi giorni a Roma la presentazione del libro Il paziente crede di essere di Marco Giovenale, una raccolta di prose brevi che l’autore ha voluto riunire in un volume unico dato alle stampe per i tipi di Gorilla Sapiens Edizioni.

Il libro si compone di tre parti: Sequenza, Differenze, Ultima. I testi sono stati raccolti in ordine cronologico, partendo dalle prose che l’autore ha scritto negli anni ’90, passando per il materiale utilizzato per il progetto Prosa in Prosa, fino ad arrivare ai lavori degli ultimi anni. 
Un viaggio nella scrittura di Giovenale che sin dalla prima pagina, mette il lettore di fronte a ciò che lo attende affidando l’ouverture a un pezzo collocato al di fuori delle suddette divisioni, misteriosamente in corsivo, il cui titolo è racchiuso tra due parentesi quadre: Init. 


Entrando nel vivo delle prose emerge l’elemento che sarà il leitmotiv del libro: l’autore spinge le storie all'estremo, fino al paradosso e, attuando un ribaltamento della visione, mostra come il paradosso sia – in realtà – la realtà stessa. La scrittura sembra cedere il passo alla comicità ma è una comicità che non si perfeziona perché di fatto porta ad altra scrittura. Cosa accade? continua a leggere



1 aprile 2016

Da una rara corrispondenza, 88 parti — settima costellazione.

Ci saremmo scambiati anche gli occhi
quel giorno lontano dalla finestra
sul terrazzino le nostre mani incaute
erano sguardi di mondi alieni, la forma
del mare che bagnava Castel Porziano
e spumeggiava bianca sugli scogli
la tua terra, ascoltavamo lucidi
infilarci le dita addosso
e toglierci
una mezza verità da sotto i denti.
Ma il ventre era cielo
tutto intero.


Opera: Anselm Kiefer, Für Robert Fludd.

7 marzo 2016

Da una rara corrispondenza, 88 parti — sesta costellazione.


Avrei lasciato le mie tempie stanotte
sulla tua schiena il Compasso oscurato
dal piede del Centauro faceva luce
ametista. Vorrei confondere
i destini assegnati
e la distanza farla lattea - le fattezze
di una vita allungare le gambe
e intrecciare
la coda al tuo incanto.







22 febbraio 2016

Sono le ombre a dare 
cenere alla notte 
un riflesso lunare addolcito
il sonno. Tre corde vibrano 
e sono un canto 
di ossa, pensieri e geometrie
infusi. Quando nacque l'animale
con le squame d'argento vedemmo
le forme fragili e l'intenso chiodo
del battito, la fiera non sapeva
e le antenne erano lapidi
sulla terra spegneva verità —
l'orgia di clamore.


Allora tu 
mi prendevi a cavallo 
del bianco unicorno, negli occhi
avevi topazi e sconfitte
non ti accecavano lo sguardo, io 
ero pervinca.





14 febbraio 2016



* qui c'è un'immagine *



Vedere è la nostalgia
dove mi porti
un campo di coralli
nuotare tra le attinie
e non saperti
misurare
sulle mani, tu
hai un cuore arlecchino.


23 gennaio 2016

Dalla rivista Metropolis Zero
Mind the Gap, una rubrica a cura di Pamela Proietti:

Who is Vivian Maier? 






Chi è Vivian Maier è la domanda che molti di voi avranno sentito o proferito da quando il nome di questo misterioso personaggio ha fatto capolino nelle gallerie insieme a volti più noti della Fotografia. I più fortunati avranno avuto anche la possibilità di ammirare i suoi scatti, a Milano, in una mostra presso la galleria Forma Meravigli (fino al 31 Gennaio 2016). Ma chi era questa donna che si è trasformata in un caso che accende ancora il dibattito su cosa sia o non sia arte nella Street Photography? Jonh Maloof, figlio di un rigattiere, fa luce su questo mistero...  continua a leggere

12 gennaio 2016

Non hanno scelto il luogo. Si trovano in quel posto senza una collocazione. Non sono collocati. La donna è seduta sul bordo dei sassi. Le ginocchia piegate sul vuoto, i piedi dondolano per prendere coscienza dell'abisso. L'uomo è in piedi. Resta a distanza.
Il luogo potrebbe essere un punto d'incontro, una stazione sulla scogliera. E in effetti lo è: c'è gente che scambia convenevoli, che fa tutte quelle cose chiamate sociali. L'uomo lo sa. Sa come potrebbe essere; sa come è. La donna non lo sa, forse lo intuisce.
Quando il giorno è pieno l'uomo si avvicina. Si ferma, in piedi, dietro di lei. Le parla. La donna vorrebbe poggiare la schiena sulle gambe di lui ma un leggero timore la sfila via dal pensiero. Resta in silenzio. Lui la guarda. I respiri sono diversi. Lei se ne accorge e pensa al mare, alle onde che s'infrangono sotto i suoi piedi, agli occhi di lui sulle sue spalle. L'uomo parla di nuovo ma non dice nulla. Allora lei si china leggermente su se stessa, si solleva.
Si volta e sono uno di fronte all'altra. La misura dello spazio che li divide è pari al momento in cui si sentono a loro agio. Lei gli mette una mano sulla bocca. Le labbra di lui sulle dita di lei sono calde. Si conoscono? Glielo chiede ma lui non ha risposte. Non può averne perché non è un uomo frivolo. La donna lo sa e anche per questo resta.  



2 gennaio 2016

Vuole essere un canto
di braccia strette alla vita
un frammento impalpabile, tenuta
solo per
sapere che è viva
che esiste.

Non ci sono più sogni
a Roma le strade hanno preso
il posto dei vicoli
tutto è
talmente perfetto da cogliere
l'ingrata natura dell'uomo.

Vuole nascere ancora
e ancora spezzarsi, come pane
essere briciola
seminata dalla mano nutrire
un pettirosso, lui che ha fatto nido
sull'albero delle arance.

*

Forse semplicemente voleva,
un bacio, quel linguaggio primitivo
estinto.