25 giugno 2016

Dieci.
Sono seduti per terra con le borse e aspettano. Cambiano i volti ma aspettano. Aspettano sempre.
Un ragazzo vuole scendere. Anch'io. Mi parla mentre ascolta musica napoletana. Gli dico: è una stazione fantasma, questa. Gli dico: scendo con te.
L'attenzione ai dettagli: Giuseppe ha i capelli corti corti. È preciso, efficiente, asettico. Giovanni ha un anello di carta all'anulare destro. L'anello serve a qualcosa ma le informazioni stampate in caso di terremoto mi distraggono. Ha i polsi belli e fa tante domande. L'anello non è di carta. Venere32 assomiglia a qualcuno che ho visto anni fa. Deve essere per il modo in cui guida. Conserva tutti i voucher.

Ancora dieci, nel mezzo.

Le sedie sono schierate ma lo schermo è di lato. Un cinema mal riuscito. Allora la scena si svolge lontano dal vetro e Giuseppe, per una questione di pulizia fonica, non approva. Viene ignorato. Cerco di comprendere la situazione ma il dialetto è troppo stretto, chiuso sulle loro bocche. 
La Scapettone fa tutto un discorso sulle lingue della Rosselli ma la figura dell'uomo che mi è di fronte non scompare, s'insinua con i suoni delle sue parole, tra le pagine, giocando uno specchio con la performance di Amelia a Castel Porziano.

Sempre dieci.

Una donna si avvicina. In base al tempo della mia permanenza sono una persona affidabile. Funziona così per certi luoghi: se ti trattieni a lungo divieni parte del contesto e lo spaesamento appare meno visibile. La donna parla. Dalla mia voce capisce che non sono del posto, ma non le importa. Si fida. Dopo di lei un'altra donna, e un uomo, e ancora. Mi trasformo in un centro accoglienza autonomo.

Dieci, sempre.
Se avessi una connessione potrei leggere le poesie.
Usare il condizionale condiziona la mente.
Al telefono mio fratello è un ragazzo che amo
come una madre. Sono la madre di mia madre
e di mio fratello.

2 commenti: