21 giugno 2017

Il caldo torrido di questa estate è un’estate spazzata via mille estati fa. Una città aggredita, chiusa sulla piazza, un cubo di tempo in un tempo infinito. L'alberone sovrasta gli angoli, definisce la dimensione. È rimasto solo il nome del vecchio albero. Il nuovo leccio è invisibile agli occhi della gente del quartiere. Essi vedono l’albero, come è sempre stato, come è, eterno nell'eternità racchiusa dentro il suo nome: essi vedono l'alberone. Il giovane leccio è solo una casualità, una delle tante del rione romano. 

Il mercato a ridosso della piazza, invece, è lo stesso. Nonostante diverse battaglie, che hanno sfiancato i cittadini dell’Appia buona, che hanno indurito i nati all'ombra del vecchio leccio, nulla è stato sostituito tra i banchi ancorati alla strada comunale. La mattina, ogni santa mattina, gli abitanti dell’Appia buona maledicono quell'immondezzaio a cielo aperto, ma il quartiere si apre al nuovo giorno, rifiorendo dal letame della sua terra.

Fin quando l'alberone dominò la piazza tutti i bambini ebbero gli occhi segnati dalla sua ombra. Una caratteristica che non rese lo sguardo dei ragazzi torvo, tutt'altro. Avevano occhi di sole, la luce piena dell’adolescenza, mentre la zona buia rimaneva in uno spettro che li accompagnava, cresceva con loro, forte nelle sue fronde verde smeraldo, tenace come la vecchia corteccia malata del leccio. Le madri avevano paura, lo temevano. Mia madre era una di quelle madri.

> Quando compì undici anni cambiò scuola. L’inserimento fu un disastro annunciato. Cercarono di farla ambientare, a loro modo. Un problema che si pensò risolto l’anno successivo.  Non fu colpa di nessuno, non avevano gli strumenti necessari per aiutarla, né la cultura necessaria per comprendere. Cercò di sopravvivere come meglio poteva, come voleva. In quegli anni l’ombra del leccio s’ingrandì a dismisura sulla sua giovane vita. Creò uno spazio abitabile, una dimora, tra la luce salomonica e l’oscurità di un buio a lei sconosciuto. <

"Christian dagli occhi verdi verdi. Sedetti accanto a lui per buona parte dell’anno. Era più grande di me perché aveva anni ripetuti sulle spalle, ma non se ne preoccupava, anzi, li esibiva come se il tempo non si potesse perdere, come se il tempo si allungasse in tante strade da percorrere più e più volte ancora, per prendersi tutto quello che si poteva e non si poteva, prendere, di quel tempo. L’istituto aveva già deciso per lui: non avrebbe avuto alcuna possibilità.
Il marchio infame di Christian era il suo stesso sangue. Si diceva che suo padre fosse stato ammazzato dalla banda. Lo avevano trovato nel parco dove ci andavano ad abbandonare le auto rubate, legato come un capretto, dicevano. Poi seguivano i soliti discorsi sull’alberone, che dagli anni ’70 la situazione era migliorata, per fortuna, che dopo quella brutta storia di Pecorelli qualcosa era successo, e meno male, che di bisca ne era rimasta aperta solo una, segni tangibili. 
Tante chiacchiere.
Le formiche erano ancora a piede libero. Lo sapevano bene le madri, e a noi ragazzini era vietato prendere le figurine, specialmente se le regalavano fuori scuola, specialmente se per attaccarle all'album dovevi leccarne la parte retrostante, come fosse un trasferello.
Adoravamo quelle speciali. Quelle che brillavano di tante luci. Quelle introvabili."

Forse eravamo noi i trasferelli. Leccati dall'amore di madri, di padri, di nonni anche, per trovare posto in un ideale album di famiglia, sognato e immaginato per innocenti creature – un trip pazzesco l’innocenza. 
Ma l’ombra del leccio avrebbe occupato sempre un posto sicuro tra i ragazzi dell'alberone, nei loro occhi, disegnando la luce nel chiaro-scuro della sua poesia. 

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